Recensione – Ricchi… Da Morire – L’Etica Non C’entra

Ricchi… Da Morire: C’è chi nasce con il privilegio e chi, per ottenerlo, è disposto a fare piazza pulita di tutta la famiglia. Arriva nelle sale italiane il 17 giugno How to Make a Killing (Ricchi… da morire – Delitti in famiglia). Dark comedy noir prodotta da Blueprint Pictures, scritta e diretta da John Patton Ford. 

Interpretato da Glen Powell e Margaret Qualley, con Ed Harris, Jessica Henwick e Topher Grace.

Ricchi da morire – Delitti in famiglia: il trailer della commedia estiva con Glen Powell

Ricchi da morire: Un’eredità da conquistare

Quando un ragazzo decide di sterminare tutta la sua famiglia per ottenere la ricca eredità del nonno materno, l’etica, evidentemente, non è più in gioco. Uccidere uno per uno tutti i potenziali eredi di una fortuna che si sente propria per diritto quasi naturale.

D’altronde, sua madre era stata cacciata dalla dinastia miliardaria per aver osato innamorarsi di un piccolo borghese e sul letto di morte, gli lascia in eredità soprattutto il rancore: la convinzione che quella fortuna gli appartenga di diritto. E da lì, improvvisamente, tutto sembra giustificabile.

Come la violenza diventa linguaggio

Un’operazione che, per qualche motivo, può ricordare l’ultimo No Other Choice del sudcoreano Park Chan-wook. In cui un uomo è costretto a eliminare i suoi rivali pur di ottenere un lavoro in un’azienda di carta. È chiaro che il film coreano giochi in un’altra categoria, più alta, più consapevole, più feroce.

How to Make a Killing — uso il titolo originale perché la distribuzione italiana, come da tradizione, preferisce ammiccare al pubblico del cinepanettone — prova invece a muoversi su territori simili, ma lo fa con una superficialità che diventa evidente fin dai primi sviluppi.

In comune c’è il modo in cui il protagonista elabora l’atto di uccidere, che diventa, per assurdo, una sterile forma di comunicazione con l’altro, una conseguenza inevitabile delle azioni di vincitori e vinti. Un inesorabile destino dentro cui il protagonista sembra intrappolato ma che allo stesso tempo continua a modificare attivamente.

Il paragone con il film coreano può anche reggere come suggestione, ma si esaurisce rapidamente. E non tanto per meriti indiscutibili di No Other Choice, quanto per i limiti di How to Make a Killing

L’alone da “film Netflix” — anche quando il film vorrebbe spacciarsi per altra cosa — si sente in ogni scelta, in ogni svolta, in ogni semplificazione. Non basta una patina visiva più curata o la grana della pellicola per dare peso a una messa in scena che rimane prevedibile, piatta, quasi automatica.

La semplicità potrebbe anche funzionare, ma qui diventa impoverimento. Struttura, personaggi e obiettivi si confondono in una sequenza di scene veloci, spesso con l’unico scopo di far sorridere (non ridere) lo spettatore.

Ricchi Da Morire – Delitti in Famiglia: dal 17 giugno al cinema

Una parabola annunciata

Glenn Powell, protagonista della pellicola, ci racconta la sua storia — o meglio, la racconta a un prete poco prima della sua esecuzione, in un espediente narrativo che già da solo anticipa senza troppa fatica tutto ciò che seguirà. L’occhio appena allenato ha già in mano l’intero film dopo pochi minuti. Viene presentata la sua famiglia d’origine. La cacciata della madre dall’albero genealogico, la retorica del “povero escluso dai privilegi”, e la promessa finale: quell’eredità, un giorno, sarà sua.

Poi cresce: il sogno si affievolisce, almeno in superficie, finché un licenziamento improvviso da un lavoro apparentemente prestigioso riattiva tutto. Ed ecco la svolta: riconciliarsi con la famiglia perduta — zii, cugini e infine il nonno — non per ricostruire alcun legame, ma per eliminarli uno a uno. Il tutto in una spirale che vorrebbe essere nera, corrosiva, ma che spesso si limita a risultare goffa, quasi involontariamente autoironica, tra l’ambizione del racconto e la sua effettiva messa in pratica.

Margaret Qualley e il deus ex machina sentimentale

Il rapporto amoroso e tossico con il personaggio interpretato da Margaret Qualley rappresenta probabilmente la punta di maggiore debolezza narrativa del film. Fin dalla sua comparsa nella prima parte, è abbastanza chiaro che il suo personaggio verrà utilizzato come una sorta di deus ex machina nella parabola omicida del protagonista.

Il problema è che le sue poche scene non riescono a giustificare davvero i comportamenti di Glenn Powell, che, come un cane a cui è stato strappato l’osso, appare costantemente perso e privo di direzione ogni volta che lei lo provoca. Chiaramente anche per i soldi che sta accumulando pian piano.

Uccidere conviene. Fino a un certo punto

Perché c’è da dire che uccidere, a volte, conviene. Così il protagonista, dopo aver eliminato il suo primo bersaglio — un cugino ricchissimo che passa le giornate tra feste e privilegi — viene assunto nella società finanziaria del padre della vittima, nonché suo zio, che vede nel nipote l’occasione per non ripetere gli stessi errori commessi con il figlio.

Ed è qui che la pellicola sembra voler guidare lo spettatore verso un ragionamento piuttosto semplice: vedi, lui ha ucciso per soldi e nell’immediato gli sta anche andando bene. Il problema è la sua ingordigia, il fatto che non si accontenti e continui a spingersi oltre. Ed è proprio questo eccesso a condurlo alla rovina.

Non gli basta uccidere la famiglia, rubare il lavoro a persone potenzialmente più qualificate, mettersi con la ragazza di un altro cugino — dopo averlo ovviamente eliminato. Lui vuole qualcosa che, a questo punto, il film stesso non sembra sapere bene cosa sia.

Ricchi da morire: recensione

Alla fine How to Make a Killing non si prende mai davvero sul serio, e questo ogni tanto gli permette anche di strappare qualche sorriso lungo il percorso. Ma resta comunque un film diseguale, che intrattiene senza mai lasciare davvero il segno: scorre veloce, si lascia guardare, e poi si dissolve altrettanto rapidamente. Mediocre, ma senza troppa pretesa di nasconderlo.

In uscita nelle sale italiane dal 17 Giugno, distribuito da Lucky Red.

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