“LA VERITÀ DI FREUD”: CRONACA DI UN DEBUTTO TEATRALE

Mercoledì 10 giugno è andato in scena La Verità di Freud, commedia scritta da Stefania De Ruvo e diretta da Barbara Perotti, presso il Teatro della Visitazione, Roma. Sul palco si sono esibiti otto allievi del primo anno del corso di recitazione della scuola La Sortita, confrontandosi con una commedia degli equivoci capace di alternare leggerezza e riflessione, risate e momenti di introspezione. Ma per me questo spettacolo teatrale, La Verità di Freud, ha avuto un significato speciale. Uno degli attori che quella sera hanno calcato il palcoscenico ero io.

Raccontare ciò che si prova prima, durante e dopo una rappresentazione teatrale non è semplice, soprattutto a chi non ha mai vissuto quell’esperienza. L’attesa dietro le quinte, il brusio del pubblico che prende posto, il battito accelerato del cuore pochi istanti prima dell’ingresso in scena: sono emozioni che sembrano sfuggire alle parole eppure vorrei provarci.

Quando Es e Super Io prendono vita

Se vi state chiedendo di cosa parla ‘’La verità di Freud’’ è semplicemente la costatazione che aveva ragione Freud e non perché Nadia, la protagonista di questa commedia, sia una sua fan ma perché ha talmente chiare le contradizioni che avvengono nella sua testa che le materializza nel palco. Il pubblico, così, vede interagire Nadia con due strani personaggi: ES, espressione dei desideri e dei bisogni della persona, senza freni, volgare e chiassoso e SUPER IO, espressione della educazione e delle pressioni della società e della religione, solo dovere e sensi di colpa. Ne scaturisce una commedia degli equivoci nuova, ironica e divertente che vuole far ridere con intelligenza. La protagonista Nadia è cosciente di come Es e Super io si intromettano nella sua vita e guidino le sue azioni e cerca di cavarsela, malgrado tutto.

(Questo articolo è scritto in un momento di euforia post spetacolo e potrebbe essere confuso, proprio come Nadia, la protagonista dello spettacolo)

La verità di Freud spettacolo teatrale
La verità di Freud spettacolo teatrale

La verità di Freud – spettacolo teatrale: Ottobre, l’inizio di un percorso

Se la sera del debutto è stata il punto di arrivo, tutto è cominciato molti mesi prima, a ottobre, quando ho deciso di iscrivermi al corso di recitazione de La Sortita.

In quel periodo sentivo il bisogno di cambiare qualcosa nella mia routine. Avevo voglia di mettermi alla prova, di conoscere persone nuove e di ritagliarmi uno spazio che fosse soltanto mio. La scelta del teatro non è stata casuale: anni prima avevo già frequentato un corso di recitazione e ne conservavo un ricordo bellissimo. Per la prima volta mi ero sentita nel posto giusto al momento giusto, accolta in un ambiente in cui potevo esprimermi senza timore di essere giudicata. Il primo giorno di lezione, durante le presentazioni, è stato proprio questo che ho raccontato ai miei nuovi compagni di viaggio. Dissi che ero lì perché volevo ritrovare quella sensazione che avevo provato anni prima, quella sensazione di appartenenza e libertà che solo il teatro era riuscito a regalarmi.

Trovare fiducia un passo alla volta

I primi mesi di corso sono stati accompagnati da molti dubbi. Gli esercizi sembravano riuscire meglio agli altri che a me, mi sentivo impacciata e spesso avevo l’impressione di non essere all’altezza. Ogni volta che ci veniva chiesto di improvvisare o di esporci davanti al gruppo, una parte di me avrebbe preferito restare in disparte e osservare. Mi sono domandata se avessi fatto la scelta giusta; guardavo i miei compagni e avevo la sensazione che tutti sapessero esattamente cosa fare, mentre io mi sentivo un pesce fuor d’acqua, bloccata. La sicurezza che speravo di ritrovare sembrava lontanissima e, più di una volta, ho pensato di non essere portata per quel percorso.

Eppure, settimana dopo settimana, qualcosa ha iniziato a cambiare. Senza quasi accorgermene, ho cominciato a sentirmi più a mio agio, a fidarmi delle persone che avevo accanto e a capire che il teatro non richiede la perfezione, ma la disponibilità a mettersi in gioco.

Trovare il proprio posto

Con l’arrivo di dicembre le lezioni non erano più soltanto un appuntamento settimanale in cui mettere alla prova le mie capacità, ma stavano diventando un’occasione per conoscere meglio le persone che condividevano con me quel percorso.

Le chiacchiere prima dell’inizio delle lezioni, le risate durante gli esercizi e le difficoltà affrontate insieme hanno contribuito a creare un legame sempre più forte. Per la prima volta ho iniziato a sentirmi davvero parte di un gruppo. Non ero più una persona che cercava di tenere il passo con gli altri, ma una delle tante che stavano imparando, sbagliando e crescendo insieme.

A rafforzare questa sensazione è stata una piccola esibizione organizzata in occasione della festa di Natale della scuola. Nulla di paragonabile a uno spettacolo vero e proprio, ma abbastanza per farmi provare di nuovo quell’emozione speciale che solo il palcoscenico riesce a regalare. Ricordo ancora l’agitazione dei minuti precedenti e l’adrenalina che ha accompagnato quei pochi minuti di esibizione. Una volta terminato mi sono ricordata esattamente perché mi ero iscritta a quel corso.

Mi sono ricordata di quanto mi facesse stare bene recitare, di quanto fosse liberatorio interpretare un personaggio e condividere quell’esperienza con altre persone. È stato allora che ho capito di voler continuare. Non importava se alcuni esercizi continuavano a mettermi in difficoltà o se a volte mi sentivo ancora insicura, per la prima volta dall’inizio del corso ho smesso di chiedermi se avessi fatto la scelta giusta e ho deciso semplicemente di restare E, con il senno di poi, è stata una delle decisioni migliori che potessi prendere.

L’incontro con il Super Io

Dopo i primi mesi dedicati agli esercizi, alle improvvisazioni e alla costruzione del gruppo, è arrivato uno dei momenti che aspettavamo con più curiosità: la consegna del copione. Da quel momento il corso ha assunto una forma diversa, non stavamo più soltanto imparando le basi della recitazione ma iniziavamo a lavorare verso un obiettivo concreto. Le prime letture sono state accompagnate da entusiasmo, curiosità e da una domanda che, credo, accomunasse tutto il gruppo: quale sarà il mio ruolo?

Mentre prendevamo confidenza con i personaggi e con la storia de ”La verità di Freud”, cercavo di immaginarmi nei diversi ruoli, senza avere idea di quale potesse essere il più adatto a me. Accanto alla curiosità, però, cresceva anche una certa insicurezza: una parte di me sperava di ricevere un personaggio che mi permettesse di mettermi in gioco; l’altra, invece, era spaventata dall’idea di dover sostenere un ruolo importante, con molte battute e grandi responsabilità. Era il classico conflitto tra il desiderio di uscire dalla propria zona di comfort e la paura di non esserne all’altezza.

La verità di Freud spettacolo teatrale
La verità di Freud spettacolo teatrale

Tra recitazione e introspezione

Quando la regista ha assegnato i ruoli il momento della verità: avrei interpretato il Super Io. All’inizio ho accolto la notizia con entusiasmo, ma anche con una buona dose di timore. Il Super Io è una presenza costante nella vicenda, un personaggio con molte battute e una forte personalità. Non era possibile nascondersi dietro gli altri o passare inosservati ma richiedeva attenzione, studio e la capacità di essere sempre presente in scena. Con il passare delle prove, però ho capito che quel personaggio mi assomigliava più di quanto avrei voluto ammettere.

Il Super Io rappresenta la voce delle regole, del controllo, del giudizio. È quella parte di noi che pretende sempre di fare meglio, che difficilmente si concede una pausa e che raramente è soddisfatta dei risultati raggiunti. Lavorando sul personaggio mi sono trovata più volte a riconoscere in lui alcuni aspetti del mio carattere. Mi sono resa conto di quanto spesso sia rigida con me stessa, di quanto tenda a concentrarmi sugli errori più che sui progressi e di quanto sia severa nei miei giudizi. Interpretare il Super Io non è stato soltanto un esercizio di recitazione: è diventato anche un modo per osservarmi da una prospettiva diversa.

Paradossalmente, proprio il personaggio che all’inizio mi intimoriva è stato quello che mi ha insegnato qualcosa di importante. Mi ha costretta a confrontarmi con le mie insicurezze, ma anche a riconoscere che mettersi in gioco significa accettare i propri limiti, senza lasciare che siano loro a definire chi siamo. Super Io non è stato soltanto un ruolo da interpretare, è diventato un compagno di viaggio che mi ha accompagnata fino alla sera in cui il sipario si è aperto.

La verità di Freud – spettacolo teatrale: Il ritiro

Se c’è stato un momento in cui il gruppo si è trasformato davvero in una compagnia, quello è stato il ritiro. Tre giorni trascorsi insieme, praticamente ventiquattro ore su ventiquattro, a poco più di dieci giorni dal debutto. Tre giorni dedicati alle prove, alle ripetizioni, agli ultimi aggiustamenti e alla ricerca di quella sicurezza che, fino a quel momento, sembrava ancora sfuggirci.

Eravamo arrivati a un punto cruciale del percorso: lo spettacolo era vicino e, improvvisamente, tutto sembrava ancora da sistemare. C’erano battute che continuavano a non venire, ingressi da ricordare, movimenti che non risultavano naturali e scene che non scorrevano come avrebbero dovuto. Ogni prova faceva emergere nuovi dettagli su cui lavorare e, più il giorno del debutto si avvicinava, più cresceva la paura di non essere pronti.

Ricordo bene quella sensazione, la consapevolezza che il tempo stesse correndo veloce e il timore che dieci giorni non fossero sufficienti per trasformare tutte quelle prove in uno spettacolo vero.

La verità di Freud spettacolo teatrale

Eppure il ritiro non è stato soltanto questo.

È stato il momento in cui ho capito davvero quanto fossero importanti le persone che avevo accanto. Quei ragazzi che a ottobre erano perfetti sconosciuti erano diventati, senza che me ne accorgessi, una presenza fondamentale. Non erano più semplicemente i miei compagni di corso: erano le persone con cui condividevo paure, aspettative, errori. Quando una battuta non entrava in testa, c’era sempre qualcuno pronto a ripeterla con me; quando una scena sembrava impossibile da far funzionare, arrivava un incoraggiamento o una battuta capace di alleggerire la tensione; quando la stanchezza prendeva il sopravvento e iniziavano i dubbi, bastava guardarsi intorno per ricordarsi che nessuno stava affrontando quel percorso da solo.

Abbiamo riso tantissimo, abbiamo scherzato nei momenti meno opportuni e ci siamo presi in giro per gli errori durante le prove. Ma ci sono stati anche momenti di nervosismo e di frustrazione, quando sembrava che gli sforzi non fossero mai abbastanza. La differenza è che nessuno veniva lasciato solo. Bastava accorgersi che qualcuno era in difficoltà perché gli altri si stringessero attorno a lui; non servivano grandi discorsi: a volte era sufficiente una parola, uno sguardo o una risata condivisa per ritrovare la forza di ripartire.

Ripensandoci oggi, credo che il ritiro sia stato molto più di un’intensa sessione di prove. È stato il momento in cui abbiamo imparato a fidarci gli uni degli altri. Il momento in cui abbiamo smesso di essere otto persone che preparavano uno spettacolo e siamo diventati un gruppo. Ed è forse proprio grazie a quei tre giorni che, quando il sipario si è aperto, nessuno di noi era davvero solo su quel palco.

Il giorno del debutto di ”La verità di Freud” – spettacolo teatrale

Poi è arrivato il giorno che avevamo atteso per mesi. E, insieme all’entusiasmo, è arrivato anche il panico. La mattina e il pomeriggio sono trascorsi in un susseguirsi di emozioni contrastanti. C’era la prova generale da affrontare, gli ultimi dettagli da sistemare e quella sensazione costante di avere ancora mille cose da fare prima che il pubblico prendesse posto in sala.

Dietro le quinte il tempo sembrava scorrere in modo diverso. C’era chi ripassava freneticamente le battute, chi cercava di sciogliere la tensione e chi rimaneva in silenzio, immerso nei propri pensieri. Io oscillavo continuamente tra la voglia di salire sul palco e il desiderio di avere ancora qualche ora per prepararmi.

Intanto, dall’altra parte del sipario, iniziavano ad arrivare le voci del pubblico. Il brusio delle persone che prendevano posto, i saluti tra amici e parenti, il rumore delle chiacchiere. Ogni suono rendeva tutto più reale: non stavamo più immaginando lo spettacolo, stava per cominciare davvero.

Pochi istanti prima dell’inizio ci siamo stretti insieme per l’ultimo rito scaramantico. Un momento semplice, ma capace di racchiudere mesi di lavoro, paure e speranze.

«Merda, merda, merda!»

Lo abbiamo urlato tutti insieme, quasi a voler scacciare ogni insicurezza. Poi il sipario si è aperto. Ricordo un’ondata improvvisa di adrenalina e, subito dopo, una sensazione stranissima: un vuoto; come se tutte le emozioni, le paure e i pensieri che avevo accumulato nei mesi precedenti si fossero concentrati in un unico istante. È durato fino alla mia prima battuta, poi la magia. Non appena ho pronunciato le prime parole, tutta l’ansia è scomparsa. Non c’era più spazio per i dubbi, per la paura di sbagliare o per la preoccupazione di essere osservata. Era come se il personaggio avesse preso il controllo: non ero più Annamaria; ero il Super Io.

Quel momento che aspettavamo da mesi

Mi muovevo, parlavo e reagivo seguendo il ritmo del personaggio, come se fosse sempre stato lì ad aspettare il momento giusto per emergere. Le battute che fino a pochi minuti prima temevo di dimenticare arrivavano da sole, i movimenti seguivano naturalmente il corso della scena. Tutto ciò che per mesi avevamo provato e riprovato trovava finalmente il proprio posto. Per il resto dello spettacolo sono rimasta lì, sospesa tra realtà e finzione, completamente immersa nel personaggio. E quando, alla fine, sono arrivati gli applausi, ho capito che la vera vittoria non è stata fare uno spettacolo senza errori; ma aver trovato il coraggio di salire su quel palco e lasciare che il Super Io raccontasse la sua storia attraverso di me.

Gli applausi…Per mesi avevo immaginato quel momento, ma la realtà è stata completamente diversa da qualsiasi aspettativa. Quando le ultime battute hanno lasciato spazio al silenzio e il pubblico ha iniziato ad applaudire, ho sentito qualcosa sciogliersi dentro di me. Tutta la paura, tutta l’ansia delle settimane finali e tutta la tensione di quella giornata sono svanite nel giro di pochi secondi. Al loro posto è arrivata una sensazione che conoscevo già, ma che da tempo stavo cercando di ritrovare.

Mi sentivo esattamente dove avrei dovuto essere. Nel posto giusto, al momento giusto.

Il vero finale: un abbraccio condiviso

Guardando il pubblico, ascoltando gli applausi e i complimenti che arrivavano dalla sala, ho realizzato che il viaggio iniziato a ottobre era davvero giunto al termine. Le persone che fino a poche ore prima temevo di deludere stavano sorridendo, chiamavano i nostri nomi, ci facevano i complimenti e condividevano con noi la gioia di quel momento. E’ stato come se tutta l’energia che avevamo investito in quei mesi ci stesse tornando indietro all’improvviso.

Ma il ricordo più bello non è forse quello degli applausi alla fine dello spettacolo teatrale ”La verità di Freud”. È l’abbraccio arrivato subito dopo. Appena usciti di scena ci siamo stretti tutti insieme, quasi istintivamente: un abbraccio liberatorio, pieno di risate, emozione e incredulità. Era il modo più semplice e sincero per dirci che ce l’avevamo fatta. In quell’abbraccio c’erano le prove infinite, le battute dimenticate, i dubbi, le paure, le risate durante il ritiro, gli incoraggiamenti ricevuti nei momenti difficili e la fiducia costruita un passo alla volta durante tutto l’anno.

Per la prima volta ho capito che non eravamo più le stesse persone che si erano presentate timidamente durante la prima lezione di ottobre. Non eravamo più otto sconosciuti che avevano deciso di iscriversi a un corso di teatro per curiosità, per passione o semplicemente per provare qualcosa di nuovo: eravamo diventati un gruppo e, per una sera almeno, eravamo diventati attori.

Dalla paura alla gratitudine

Se penso a questa esperienza il primo sentimento che provo è la gratitudine; gratitudine verso quelle otto persone che hanno condiviso con me questo viaggio e che, senza quasi accorgersene, sono diventate un piccolo pezzo della mia vita. Persone che mi hanno sostenuta quando dubitavo di me stessa, che mi hanno incoraggiata quando avevo paura di non farcela e che hanno saputo festeggiare ogni piccolo traguardo come se fosse una vittoria collettiva.

Siamo profondamente diversi gli uni dagli altri, abbiamo storie, caratteri, esperienze e percorsi che spesso non si assomigliano affatto. Eppure c’è qualcosa che ci unirà sempre. Abbiamo condiviso le stesse paure, la stessa attesa dietro le quinte, lo stesso battito accelerato prima di entrare in scena e la stessa euforia alla fine dello spettacolo. Abbiamo vissuto insieme qualcosa che difficilmente riuscirò a raccontare fino in fondo.

E forse è proprio questo il regalo più grande che il teatro mi ha lasciato: non soltanto il ricordo di uno spettacolo riuscito, ma la certezza che alcune persone entrano nella tua vita quasi per caso e finiscono per lasciarci un segno molto più profondo di quanto avresti mai immaginato.

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