Intervista a Renato Caruso: quando la musica incontra la matematica

Tra corde, numeri e intuizioni visionarie, Renato Caruso porta avanti da anni una ricerca originale sul legame profondo tra musica e matematica, due universi solo apparentemente lontani. Nel suo recente libro “L’algoritmo della musica – Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale”, l’artista accompagna il lettore in un viaggio che attraversa secoli di storia: dall’armonia matematica scoperta da Pitagora fino alle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale generativa applicata alla composizione musicale. Un percorso affascinante che unisce arte, scienza e tecnologia. Mostrando come dietro ogni suono possa nascondersi una formula, un ritmo, un algoritmo.

Renato Caruso protagonista de La Milanesiana

Renato Caruso

Il prossimo 20 giugno sarà protagonista della La Milanesiana, la celebre rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi. Ecco l’intervista per BackDigit.

Intervista a Renato Caruso

D: Nel tuo nuovo libro L’Algoritmo della Musica – Da Pitagora all’Intelligenza Artificiale racconti il legame tra musica, matematica e tecnologia: quando hai capito per la prima volta che queste discipline erano profondamente connesse tra loro?R: L’ho capito molto presto, probabilmente già da ragazzo, studiando chitarra. Mi colpiva il fatto che dietro qualcosa di emotivo come la musica ci fossero regole fisiche molto precise: la vibrazione di una corda, le frequenze, le armoniche. Poi, studiando informatica e approfondendo la matematica, ho iniziato a vedere che certi meccanismi erano ovunque. A quel punto ho capito che musica, numeri e tecnologia non erano mondi separati, ma linguaggi diversi che descrivono la stessa realtà.

D: Da Pitagora all’intelligenza artificiale, il tuo libro attraversa secoli di pensiero scientifico e musicale. Qual è stata la scoperta o il collegamento storico che ti ha sorpreso maggiormente durante la scrittura?

R: Mi ha colpito moltissimo vedere quanto certe intuizioni antiche siano ancora attuali. Pitagora parlava già della relazione tra numeri e armonia, e oggi l’intelligenza artificiale lavora ancora sui numeri per generare musica. Cambiano gli strumenti, ma il principio rimane incredibilmente simile. È sorprendente rendersi conto che, in fondo, stiamo ancora cercando di capire perché determinate combinazioni sonore ci emozionano.

D: Definisci la musica come “calcolo, struttura e armonia”, ma lasci spazio anche all’imprevedibilità dell’arte. Quanto conta oggi il fattore umano in un’epoca dominata dagli algoritmi?

R: Conta tantissimo. Oggi siamo arrivati a un punto in cui un algoritmo può comporre musica molto credibile, e spesso è difficile distinguere un brano umano da uno artificiale. Il cosiddetto “test di Turing musicale”, secondo me, è stato quasi superato. Però il fattore umano emerge ancora nel live: nel gesto, nel sudore, nel movimento corporeo, nell’errore. La musica non è più solo qualcosa da ascoltare, ma da vedere e vivere fisicamente. È lì che il musicista continua a fare la differenza.

D: La tua formazione unisce conservatorio, informatica e ricerca accademica. In che modo il musicista e lo scienziato convivono nel tuo processo creativo?

R: Convivono in modo molto naturale. La parte scientifica mi aiuta a capire i meccanismi profondi del suono e della composizione, mentre la parte musicale resta sempre istintiva. Quando compongo non penso alle formule, penso all’emozione. Però sapere cosa c’è dietro quella emozione mi permette di osservare la musica con una consapevolezza diversa. È come avere due punti di vista sullo stesso fenomeno.

Nel libro “L’algoritmo della musica” il tema dell’AI

D: Nel libro affronti anche il tema dell’intelligenza artificiale applicata alla composizione musicale. Pensi che l’AI sarà uno strumento al servizio degli artisti o rischi di trasformarsi in un “autore autonomo”?

R: Credo entrambe le cose. Sicuramente sarà uno strumento potentissimo al servizio dei musicisti, soprattutto per la produzione, la sperimentazione e la ricerca sonora. Però è anche vero che alcuni sistemi stanno già generando musica in modo quasi autonomo. Il rischio non è tanto che l’AI “rubi” il posto agli artisti, ma che si crei una forte omologazione. Per questo penso che il valore dell’identità artistica diventerà ancora più importante.

D: I tuoi lavori discografici, da Grazie Turing a Thanks Galilei, dialogano spesso con figure scientifiche e concetti teorici. Cosa ti affascina di più dell’incontro tra musica e scienza?

R: Mi affascina il fatto che entrambe cercano di interpretare il mondo. La scienza prova a spiegare la realtà attraverso modelli e leggi; la musica la interpreta attraverso le emozioni. Quando queste due cose si incontrano succede qualcosa di molto potente, perché capisci che anche un’equazione può avere una forma poetica, e che anche una melodia può contenere una struttura matematica.

D: Hai collaborato con artisti importanti della scena italiana e tenuto seminari in diverse università. Quanto è importante oggi fare divulgazione musicale e scientifica, soprattutto tra i più giovani?

R: È fondamentale. Oggi i ragazzi vivono immersi nella tecnologia ma spesso non si rendono conto del legame profondo che esiste tra arte, scienza e strumenti digitali. Fare divulgazione significa costruire ponti. La musica può essere un modo straordinario per avvicinare le persone alla matematica, alla fisica o persino all’informatica. E viceversa, la scienza può aiutare a capire meglio la musica senza toglierle magia.

D: Dopo questo libro, quale sarà la prossima frontiera della tua ricerca artistica e culturale? C’è un tema scientifico o musicale che senti il bisogno di esplorare ancora più a fondo?

R: Sicuramente continuerò a esplorare il rapporto tra intelligenza artificiale, corpo e performance live. Mi interessa capire fin dove una macchina può arrivare nella generazione musicale e dove invece resta indispensabile la presenza umana. Sto lavorando anche a nuova musica e a progetti in cui l’AI interagisce in tempo reale con l’esecutore. Più che sostituire il musicista, mi interessa creare un dialogo tra uomo e macchina.

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