Al Teatro Carignano (LINK), Le tre sorelle di Anton Čechov torna in scena in un allestimento che rifiuta qualsiasi tentazione museale. La regia di Liv Ferracchiati — che firma anche l’adattamento — compie un’operazione radicale: non conservare il classico, ma metterlo in discussione, svuotarlo e ricomporlo secondo una sensibilità contemporanea.

La scena è ridotta a pochi elementi essenziali: tavoli, sedie, un pianoforte. Nessun naturalismo, nessuna Russia riconoscibile. Lo spazio sembra piuttosto una zona sospesa, un luogo mentale in cui i personaggi si muovono come sopravvissuti di qualcosa che non viene mai esplicitato.
Qui il celebre desiderio di “andare a Mosca” perde concretezza: non è più una meta, ma una formula vuota, un riflesso condizionato. Il tempo non scorre, si accumula.
Tre sorelle: identità in dissoluzione
Le protagoniste — Olga, Maša e Irina — non sono costruite come figure psicologicamente definite, ma come variazioni di una stessa inquietudine.
• Olga è il peso della responsabilità che si svuota di senso
• Maša è la tensione nervosa, l’irrequietezza che non trova sbocco
• Irina è una speranza che si consuma prima ancora di diventare reale
La regia tende a uniformarle, a farle quasi scivolare l’una nell’altra, fino a suggerire che non esistano davvero tre destini distinti, ma un’unica condizione esistenziale declinata in tre forme.
Il lavoro degli interpreti
Il cast si muove in una dimensione volutamente anti-naturalistica. Tra gli interpreti spiccano:
• Valentina Bartolo
• Francesco Aricò
• Rosario Lisma
• Irene Villa
A loro si affianca un ensemble compatto che rinuncia alla costruzione tradizionale del personaggio per lavorare su presenza, ritmo e disallineamento. Le battute non cercano armonia, ma attrito: i dialoghi si spezzano, si accavallano, producono disagio.
Particolarmente significativa la figura di Andrej, restituita come emblema di una promessa mancata: non tanto un fallito, quanto qualcuno che non riesce più nemmeno a immaginare cosa avrebbe potuto essere.
Una lingua più dura, più contemporanea
Ferracchiati interviene anche sul testo, asciugandolo e rendendolo più diretto. La musicalità cechoviana viene sostituita da un linguaggio più secco, a tratti spigoloso, che riflette una sensibilità attuale. Il risultato è una drammaturgia che non accarezza, ma espone.
L’impianto complessivo richiama inevitabilmente il teatro dell’assurdo, in particolare Samuel Beckett: l’attesa senza esito, il tempo immobile, il senso che sfugge. Le luci fredde, i costumi neutri e un disegno sonoro essenziale contribuiscono a costruire un’atmosfera sospesa, quasi rarefatta.
Un equilibrio non sempre stabile
La coerenza dell’operazione è evidente, ma non priva di rischi. L’astrazione, quando insiste troppo, può generare distanza emotiva. In alcuni momenti lo spettatore resta fuori, chiamato più a osservare che a partecipare. Eppure è una scelta precisa: rinunciare all’immedesimazione per lavorare su una dimensione più concettuale.
Questo Tre sorelle non offre consolazione né nostalgia. È un lavoro che interroga il testo di Čechov e, attraverso di esso, il nostro presente. Non racconta semplicemente una storia di attesa: la trasforma in esperienza.
Alla fine non resta Mosca, né il sogno di raggiungerla. Resta il vuoto di un desiderio che continua a esistere anche quando ha perso il suo oggetto. Ed è forse proprio in questo scarto che lo spettacolo trova la sua forza più autentica.
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