Venezia 83: Nanni Moretti, Wim Wenders, Kore’eda e Lance Oppenheim — FOGLIETTI LAGUNARI N.4
Domenica 6 settembre. Venezia 83. Ore 23:30.
La giornata è scandita da tre sorprese: la prima arriva subito dopo il primo film, la seconda durante il secondo e la terza, naturalmente, quando penso di aver ormai capito come funzionano le cose alla Mostra. Cominciamo bene.
Il primo appuntamento della giornata è con Succederà questa notte, l’ultimo film di Nanni Moretti. Ormai siamo puntuali: il metodo della suddivisione dei compiti, dopo giorni di sperimentazione, sembra finalmente funzionare. Uno prende i biglietti, uno tiene il posto, uno recupera il cibo. Siamo diventati una piccola macchina organizzativa. Una macchina organizzativa che, peraltro, continua a correre da una parte all’altra del Lido, ma almeno lo fa con metodo.

Moretti torna al Lido di Venezia con un film interpretato da Louis Garrel e Jasmine Trinca, e lo fa dopo il rapporto sempre piuttosto movimentato con la Mostra. Una storia che, per lui, passa anche da qui: dall’esclusione di Caro diario dal concorso nel 1993, fino al ritorno da presidente di giuria nel 1997 e poi alle successive presenze veneziane.
Succederà questa notte, racconta una storia d’amore che si sviluppa e si trasforma nel corso di molti anni. Al centro ci sono due persone, Garrel e Trinca, ma attorno a loro c’è tutto il piccolo universo umano che inevitabilmente viene coinvolto, modificato e modellato da quella relazione.
Tutto comincia quasi per caso, con una partita a tennis.
E da lì, nel corso degli anni, quella che sembrava una storia tra due persone finisce per diventare una storia che riguarda anche tutti quelli che stanno loro intorno.
Un amore non esiste mai soltanto per chi lo vive. Produce conseguenze, modifica amicizie, famiglie, rapporti, aspettative. E Moretti sembra interessato proprio a osservare queste trasformazioni, seguendo i personaggi mentre il tempo passa e la relazione cambia forma.
Usciamo dalla sala. Ed ecco la prima sorpresa della giornata. Sono finito in blacklist.
Ufficialmente sono una pecora nera del Lido. E, a quanto pare, non sono nemmeno l’unico.
Per chi non lo sapesse: se non ci si presenta a tre proiezioni per le quali si aveva prenotato un biglietto, la Mostra decide che forse non siamo più degni della sua fiducia e ci inserisce nella famigerata blacklist. Risultato: per ventiquattro ore non è possibile prenotare altri film.
Una specie di Daspo cinematografico.
Naturalmente c’è anche da dire che, se il sito tanto amato della Mostra non andasse regolarmente in down proprio nei momenti in cui tutti cercano di prenotare un film e se al Lido la connessione funzionasse con un minimo di dignità, probabilmente queste cose succederebbero molto meno spesso.
Ma non ho tempo per piangere sulla blacklist.
C’è un appuntamento che aspettavo da giorni.
Venezia 83: Wim Wenders.
E non per un film qualsiasi. Il nuovo documentario dedicato all’architetto Peter Zumthor, From inside out, per di più in Sala Grande e con il regista presente in sala.
Quindi corriamo.
Red carpet, ovazioni, fotografi, gente elegantissima e noi che arriviamo con la stessa aria di chi sta cercando disperatamente di non perdere l’ingresso.

Passiamo l’accredito. E mi viene consegnata una bustina. Dentro c’è una specie di carcassa plasticosa nera. La guardo. Non capisco. La rigiro.
Continuo a non capire.
— Sono occhialetti 3D. — mi dice la maschera.
Ah.
Scopro in quel momento, io che pensavo di essere tra le persone più informate sulla Mostra, che il documentario è in 3D.
Non vedevo un film in tre dimensioni da Avatar 2. Dopo quell’esperienza avevo deciso che non avrei mai più guardato un film in 3D, principalmente per evitare di passare il resto della serata con la testa che sembrava voler abbandonare il corpo.
Tutto mi sarei aspettato, quindi, tranne di ritrovarmi a Venezia davanti a un film in 3D. Di Wim Wenders.
In Sala Grande.
Con Wim Wenders seduto da qualche parte non troppo lontano da me. Gli occhialetti vengono indossati. Il film comincia. E per circa dieci minuti penso che il 3D sia semplicemente terribile.
Poi, alla mia sinistra, comincio a sentire delle voci.
Prima dei borbottii. Poi qualcosa di più deciso.
Poi riconosco il tedesco. Mi volto. È Wim.
O meglio: è Wim con il suo staff, che nel frattempo si è accorto che qualcosa non va. Si alzano e parlano con chi di dovere.
E finalmente capiamo la magagna: per quello che riesco a capire, sono stati invertiti i canali destro e sinistro del 3D.
Quindi quello che fino a quel momento avevamo considerato un pessimo effetto tridimensionale non era, fortunatamente, una scelta artistica. Era semplicemente un errore.
Le luci si accendono.
Wenders prende la parola e, con la calma di chi ha appena scoperto che il proprio film sta venendo proiettato nel modo sbagliato davanti a una Sala Grande piena, chiede scusa.
-We start again!
E si riparte.
Il documentario, finalmente nella sua forma corretta, è visivamente eccezionale. Un viaggio dentro l’arte e l’architettura, raccontata soprattutto attraverso gli spazi, gli interni, la luce.
Ci sono momenti in cui basta guardare una stanza, il modo in cui è attraversata dalla luce, la disposizione di un muro o di una finestra, per capire quanto Wenders possa divertirsi con il cinema.
È poetico, brillante, pieno di immagini bellissime.
Forse non è però il film dal ritmo capace di tenerti sveglio in qualsiasi condizione. E io, dopo il pranzo, sono nella condizione peggiore possibile.
È l’ora della siesta. Solo che alla Mostra non esiste la siesta. Esiste il film successivo. E quindi, appena terminata la standing ovation, scappiamo.

Venezia 83 – Destinazione: Primetime.
È uno dei film che aspettavo maggiormente della giornata. Le aspettative sono alte, forse troppo. Visivamente è pazzesco e Robert Pattinson è bravissimo, ma alla fine qualcosa nella scrittura non mi convince fino in fondo.

È l’opera prima di finzione di Lance Oppenheim, dopo il percorso nei documentari, e si vede soprattutto nella forza delle immagini.
Il problema è che, per quanto bello da guardare, non riesce sempre a restituirmi la stessa potenza nella storia.
E ormai siamo stanchi.
Talmente stanchi che la cosa più razionale sarebbe tornare a casa.
Ed è proprio a quel punto che entra in gioco quella particolare forma di pigrizia intraprendente che alla Mostra prende il posto del buon senso.
Decidiamo di vedere Look Back, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, alle dieci di sera invece di aspettare due giorni e vederlo alle nove di mattina.
Perché? Non lo so. Probabilmente perché alle nove di mattina dovremmo svegliarci. E a Venezia questa è una motivazione sufficiente per fare qualsiasi cosa.
C’è solo un piccolo problema. Io non ho il biglietto.
E sono in blacklist. Quindi: dovrò fare la rush line?
Sì.
Solo che scopro immediatamente la terza sorpresa della giornata. Chi è in blacklist non può fare la rush line. A questo punto non mi resta che fare l’unica cosa che la Mostra insegna davvero: contrattare. Lavoro un po’ la maschera. Insisto.
Faccio probabilmente quella faccia che dovrebbe comunicare disperazione ma che, vista dall’esterno, comunica soltanto un ragazzo che ha deciso di entrare a tutti i costi a un film senza avere il biglietto. Dopo un po’, cede ed entro.
Il film sta per cominciare. E alla fine, forse, è proprio quello che ci voleva.
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Mostra del cinema di Venezia 2026: Kore’eda è Kore’eda.
Genuino, semplice, efficace. Una storia fatta di famiglie, amicizie, rapporti umani e piccoli cambiamenti, raccontata con quella delicatezza che ormai riconosci immediatamente nel suo cinema.
Il film non ha bisogno di grandi artifici per arrivare dove vuole arrivare. Le attrici sono bravissime.

La storia procede con naturalezza.
E io, dopo una giornata intera passata a correre, a entrare e uscire da sale, a essere inserito in blacklist e a convincere una maschera a farmi passare, mi ritrovo persino commosso.
Sono quasi le undici e mezza quando usciamo. Stranamente, però, non sono così stanco.
Anzi.
Forse è proprio questo il problema della Mostra.
Più sei stanco, più continui. Più pensi che sia arrivato il momento di tornare a dormire, più ti viene voglia di vedere un altro film.
E domani, naturalmente, ci sarà qualche altra sorpresa.
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