Venezia 83: Wild Horse Nine, Herzog e Tsukamoto — FOGLIETTI LAGUNARI N.2
Venezia 83. Venerdì 4 settembre. Ore 23:30
— È legge non scritta, — mi sussurra il signore sedutomi affianco durante la proiezione di Moragheb — in tutte le sale, di tutti i cinema al mondo, che quando le luci si spengono, dai propri posti, anche se non di proprietà, non ci si può alzare.
Ci teneva tanto a tranquillizzarmi, dato che avevo chiesto di potermi sedere al suo posto, vicino a N., che lo presi così in simpatia da non chiedermi che tipo di pasticca avesse ingerito — a secco, senz’acqua — appena iniziato il film.
Di veterani seri, e non di quelli col vezzeggiativo di cui faccio parte, se ne vedono molti. Tutti presi a osservarci aggressivi al primo colpo di tosse o sbadiglio, salvo poi concedersi, quando necessario, quel quarto d’ora di sonno strategico che evidentemente fa parte dell’esperienza festivaliera.
Sono gli stessi che, magari, vengono al Lido da più anni di quanti ne abbia ora il sottoscritto e che, come sto facendo io, hanno acquisito nel tempo una conoscenza quasi scientifica del territorio. Li si vede, con il dito leccato e rivolto al vento, calcolare mentalmente quanto ci metteranno ad arrivare alla Darsena partendo dalla PalaBiennale.
Mi chiedo come funzionassero le prenotazioni anni fa, quando bastava presentarsi e mettersi in fila, senza nessuna certezza di entrare ma, soprattutto, senza il peso di refreshare continuamente una pagina web.
L., ormai, non riesce più a smettere. È dipendente. “Meglio di Instagram”, dice. Che tutti noi provassimo, in fondo, un leggero piacere nel cercare invano le proiezioni desiderate?
La giornata di oggi, i cui punti cardinali rimangono invariati — PalaBiennale, fontanella e chiosco degli spritz — inizia con un piano ben studiato.

J. propone di dividerci e ottimizzare il tempo a nostra disposizione e così, mentre lui cerca parcheggio, io corro a prendere i posti per tutti ed E. si occupa dei panini per il pranzo dal flemmatico banconista.
Il piano funziona.
Siamo pronti per il primo film della giornata.
Venezia 83: Wild Horse Nine e altre forme di ottimismo
Wild Horse Nine, ultimo lavoro firmato da Martin McDonagh, con protagonisti John Malkovich e Sam Rockwell nei panni di due agenti della CIA, è ambientato nel 1975 sull’Isola di Pasqua.

Mi è sembrato, soprattutto, la somma definitiva degli ultimi lavori di McDonagh, con qualcosa che rimanda tanto a Gli spiriti dell’isola quanto, andando indietro, al primissimo In Bruges. È un cinema che continua a muoversi sul confine tra tragedia e commedia, capace di costruire situazioni assurde senza mai perdere completamente il contatto con una malinconia più spensierata.
McDonagh si riconferma, prima di tutto, come uno degli sceneggiatori più interessanti del cinema contemporaneo: la sua forza rimane quella di riuscire a raccontare storie apparentemente lineari attraverso personaggi imprevedibili, dialoghi brillanti e una comicità che non ha bisogno di sottolinearsi continuamente.
È satirico, è brillante e, almeno per quanto mi riguarda, mi ha convinto in toto. Per ora, probabilmente, il film più bello del Concorso.
E forse è meglio fermarsi qui. Parlarne troppo rischierebbe di rovinare l’esperienza.
Usciamo e mangiamo di fretta i panini comprati quella mattina da E., lungo la laguna, sotto la macchia d’ombra prodotta dai pochi alberi disponibili. Il tempo è poco. La fame è tanta.
La giornata, evidentemente, non ha nessuna intenzione di rallentare.
Venezia 83: La fila, Herzog e l’arte della pazienza
Ci dirigiamo, come sempre di fretta, verso il secondo appuntamento della giornata, il già citato Moragheb, film ambientato a Teheran che segue una famiglia in crisi.
Il padre, secondino, è sul punto di essere arrestato con l’accusa di aver passato informazioni a un detenuto per permettergli di evadere dal carcere. Proprio mentre la sua situazione precipita, scopre che la figlia maggiore ha ricevuto un’offerta per lavorare come modella all’estero.
Da quel momento la famiglia entra progressivamente in una spirale di tensione e distruzione. Chiuso, duro, interessato alle dinamiche familiari e alle conseguenze di una società nella quale ogni scelta sembra avere un prezzo.
E forse è anche per questo che, uscendo dalla sala, il passaggio successivo appare quasi inevitabile.
Werner Herzog.
La fila è quella di ieri. Forse peggio.

Moltissima gente, moltissima attesa e quella particolare sensazione che si prova quando sei in coda per qualcosa senza sapere con certezza se riuscirai ad averlo. Questa volta, però, il film lo vedo.
Finalmente.
Bucking Fastard è un film da digerire con calma, forse persino da lasciare sedimentare. Non è una visione che si esaurisce nei titoli di coda e, ancora una volta, Herzog dimostra di avere uno sguardo difficilmente riconducibile alle categorie più comode del cinema contemporaneo.

A colpirmi sono soprattutto le protagoniste: Kate e Rooney Mara, sorelle anche nella vita e qui chiamate a sostenere un rapporto al centro dell’intera storia. Entrambe sono bravissime, capaci di mantenere una tensione sotterranea anche nei momenti apparentemente più quieti.
È un film che non sento ancora di aver completamente afferrato.
Forse è proprio questo il punto. A volte, al festival, non si esce dalla sala con un’opinione. Si esce con un problema. E Herzog, evidentemente, preferisce lasciarcelo.
Dopo una giornata del genere, la soluzione più razionale sarebbe tornare in campeggio.
Facciamo quindi la cosa più irrazionale possibile.
Altri spritz.
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Venezia 83: i progetti incompiuti
Sul lungolaguna, davanti a un altro tramonto, iniziamo a raccontarci progetti. Film. Cortometraggi. Idee che abbiamo avuto, che avremmo. Idee che, probabilmente, non faremo mai.
Ci convinciamo reciprocamente che questa volta sarà diverso. Che questo progetto lo facciamo davvero. Che bisogna solo trovare i soldi, il tempo, le persone giuste e possibilmente anche una qualche forma di volontà.
Sorseggiamo spritz e parliamo di cinema come se, da lì a qualche mese, fossimo tutti destinati a ritrovarci sul set delle nostre idee migliori.
Forse non succederà. Probabilmente non succederà.
Ma al Lido, davanti alla laguna e con uno spritz in mano, sembra tutto perfettamente possibile.

Poi arriva l’ultimo film della giornata.
22:30.
Mr. Nelson, buona notte
Mr. Nelson Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto.
Il primo film del regista girato interamente in inglese.

E forse non il film migliore da vedere alle 22:30, dopo una giornata cominciata alle nove e mezza del mattino, due proiezioni, una quantità imprecisata di file e un numero di spritz che sarebbe meglio non quantificare.
Tsukamoto, però, non sembra particolarmente interessato alla nostra stanchezza.
Il film è crudo, fisico, sporco. Ha quella violenza nervosa che appartiene al cinema del regista e che qui si scontra con una lingua diversa, con un ambiente internazionale e con un impianto che mantiene comunque intatta la sua ossessione per il corpo, la paranoia e la deformazione.
Ma alle 22:30, dopo tutto quello che è successo oggi, il problema non è più stabilire se un film sia bello. Il problema è capire se riuscirai ad arrivare sveglio ai titoli di coda.
I titoli arrivano. Siamo ancora vivi. Usciamo.
Il Lido, a quest’ora, è un’altra cosa.
Le persone cominciano a sparire dentro le loro giornate finite, qualcuno torna verso il campeggio, qualcuno continua verso una festa, qualcuno cerca disperatamente un ultimo posto dove bere qualcosa.
Noi, invece, torniamo verso le tende. Domani ci saranno altri film. Direi che possiamo andare a dormire. O almeno provarci.
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