Ciao Cristiano!
È un piacere entrare in contatto con te e avere l’opportunità di approfondire il tuo percorso artistico, con particolare attenzione al tuo nuovo lavoro discografico, In The House Of 100 Rooms, pubblicato da Maracash Records.
La tua carriera attraversa oltre trent’anni di musica, dalla fondazione di realtà importanti del progressive italiano come Moongarden e Submarine Silence alle numerose collaborazioni con artisti italiani e internazionali, fino al lungo sodalizio con Massimo Zamboni.

Il nuovo album rappresenta un’occasione particolarmente interessante per esplorare il rapporto tra composizione, memoria, sperimentazione sonora e dimensione emotiva.
Otto domande a Cristiano Roversi

Ti propongo quindi otto domande che cercano di andare oltre la consueta presentazione discografica, per approfondire la tua visione della musica e alcuni aspetti del tuo percorso creativo.
La casa delle 100 stanze
D. La casa delle cento stanze: la musica come architettura della memoria…
Il titolo In The House Of 100 Rooms evoca immediatamente un’immagine potente: una casa composta da innumerevoli ambienti, ciascuno potenzialmente custode di ricordi, presenze, assenze e frammenti di vita. Nel progressive rock il concetto di architettura musicale è storicamente centrale, ma nel tuo disco sembra assumere anche una dimensione psicologica ed esistenziale. Quanto questa casa rappresenta una costruzione autobiografica e quanto, invece, una metafora della memoria collettiva? Nella fase compositiva hai immaginato prima le singole stanze emotive oppure è stata la musica stessa a suggerirti progressivamente quali porte aprire?
R. Il titolo è nato da una vicenda precisa vissuta in prima persona. Qualche tempo fa, durante i miei soliti zapping notturni, mi sono imbattuto in una celebre trasmissione televisiva di inchieste giornalistiche. Si stava trattando il caso dei fratellini “Ciccio” e “Tore” scomparsi (e poi macabramente ritrovati mummificati) in questa “casa dalle 100 stanze” nel centro storico di Gravina di Puglia. La storia mi ha colpito duramente e per settimane non sono riuscito a pensare ad altro. Ho quindi deciso di tentare una sorta di esorcismo artistico della vicenda. Da un lato mi premeva riportare alla memoria i 2 angeli caduti come se stessero chiedendo una qualche attenzione o ricordo, dall’altro sentii il desiderio di trasfigurare la storia dal fatto macabro originario ad un qualcosa di artisticamente celebrativo e in qualche modo “purificato” nel finale. Durante la scrittura della musica e del testo mi sentivo la loro presenza al fianco e portare a termine la mini suite dedicata è diventato un obbiettivo obbligato da inserire nel progetto del mio disco solista ancora in fase di definizione e scrittura. Ecco quindi la scelta del titolo direttamente collegato alla vicenda ma che nel contempo mi sembrava perfettamente adattabile ai testi che stavano nascendo.
La drammaturgia della suite
D. Dall’abbraccio all’abisso, fino all’ascesa: la drammaturgia della suite
La composizione che apre l’album si articola in tre movimenti, The Embrace, The Pit e The Ascension, titoli che sembrano delineare un percorso iniziatico, dall’accoglienza alla caduta, fino a una possibile rinascita. Questa struttura richiama la tradizione narrativa delle grandi suite progressive, ma anche una concezione quasi cinematografica della composizione. Come hai tradotto musicalmente questi tre differenti stati emotivi? Hai lavorato attraverso trasformazioni tematiche, contrasti armonici e cambiamenti timbrici, oppure hai privilegiato una scrittura più istintiva, lasciando che fossero le emozioni a determinare la forma?
R. Come ho già detto, il coinvolgimento e la componente emotiva sono stati fondamentali per la scrittura della mini-suite. La partitura si è formata di conseguenza alle immagini che mi si creavano nella mente. Dall’inizio di piano elettrico e voce passando per il momento strumentale centrale drammatico elettrico e teso fino al finale dove “tento” di cambiare la storia e la realtà della vicenda immaginando e interpretando con la composizione un ipotetica liberazione e ascesa verso la pace da parte dei due piccoli. Non mi è facile affrontare questo tema. Il pericolo maggiore è quello di voler “sfruttare” una tragedia così terribile per cercare visibilità o coinvolgimento nell’ascolto ma ti garantisco che il mio desiderio di base è stato semplicemente quello di riportare alla luce questo fatto cercando di cambiarne i colori per regalare allo spirito dei due bimbi un finale diverso da quello vissuto nella realtà. Ecco perchè non entrerò mai nei dettagli del testo perchè non ne voglio parlare; preferisco lasciare che l’ascoltatore ,se ne avrà desiderio, possa crearsi la sua visione personale di questa “redenzione” immaginaria.
Trasformare il dolore in arte
D. Trasformare il dolore in arte: il confine tra testimonianza e rappresentazione
Nel comunicato che accompagna il disco fai riferimento a una drammatica vicenda italiana, spiegando di aver cercato di esorcizzarne il dolore attraverso la creazione artistica. È una dichiarazione che apre una riflessione delicata sul ruolo della musica quando si confronta con la sofferenza reale. Senza necessariamente entrare in dettagli che preferisci mantenere riservati, quale responsabilità senti come compositore nel trasformare una tragedia in materia espressiva? Esiste un punto in cui la bellezza musicale rischia di attenuare la crudezza della realtà, oppure credi che proprio la dimensione estetica possa restituire dignità e permanenza a ciò che altrimenti rischierebbe di essere dimenticato?

R. Ho già accennato al fatto di camminare sul filo del rasoio quando si scelgono vicende profondamente dolorose e tutt’ora “sanguinanti” per creare un momento artistico di comunicazione sonora e “visiva”. Dal mio punto di vista dovremmo tornare a considerare la musica più come un opera artistica piuttosto come ad un mezzo di consumo da grande distribuzione alla stessa stregua di un deodorante per ascelle. Oggi si tende a produrre musica usa e getta, sempre scritta su 3 o 4 accordi triadi basilari che non richiedono nessun sforzo compositivo e d’ascolto. Se consideriamo la musica come un opera d’arte allora possiamo facilmente accorgerci che con essa si può cambiare la realtà a piacimento per mandare messaggi precisi e profondi. Come un quadro , un opera letteraria, una poesia, un film, un monumento etc… La musica come opera d’arte ha il potere di regalare immagini e stati d’animo che possono trasformare un fatto tragico in un elegia romantica o addirittura cambiare la storia reale in un qualcosa di fantastico. Ecco quindi che mi piace considerare i miei dischi come opere d’arte il che non significa che siano capolavori in quanto tali ma che possono rientrare in una concezione musicale diversa da quella iper commerciale che caratterizza il nostro tempo. Purtroppo.
Il progressive oltre il progressive
D. Il progressive oltre il progressive: tra complessità strutturale e sottrazione
La tua formazione e la tua carriera ti hanno portato ad attraversare linguaggi molto diversi, dal rock sinfonico all’elettronica, dalla musica per immagini alla canzone d’autore. In In The House Of 100 Rooms dichiari di aver cercato un equilibrio tra l’energia strutturale del progressive e la purezza delle sonorità acustiche. Dopo tanti anni di esperienza, il tuo rapporto con la complessità è cambiato? Oggi consideri più difficile costruire una partitura articolata, ricca di stratificazioni e soluzioni armoniche, oppure raggiungere la stessa intensità espressiva attraverso pochi elementi essenziali? Quanto spazio concedi al silenzio, alla fragilità e all’imperfezione all’interno delle tue composizioni?
R. Personalmente e molto semplicemente ho sempre cercato di scrivere “bella musica” ma senza scendere a nessun compromesso o facile scorciatoia, anzi, sforzandomi sempre di ricercare qualche soluzione , da me, mai usata prima. In questo sono molto d’accordo con una delle ultime dichiarazioni di Tony Banks (Genesis) il quale afferma che non riesce a sentirsi coinvolto nelle composizioni di pop moderno basate sempre su giri armonici triti e ritriti quando “ai suoi tempi” si cercava sempre la soluzione inaspettata, di rottura e di ricerca per provare e cercare emozioni sempre rinnovate e intense. Un pezzo molto corto può essere “bello” e intenso tanto quanto una suite di 30 minuti basta che alla base ci sia un pò di “magia” ,ricerca musicalee un “progetto chiaro”. Personalmente sono molto legato a compositori classici come Mahler o Gustav Holst (per quanto riguarda il Novecento Inglese) , veri e propri esempi di fantasia compositiva senza limiti. Per citare invece il nostro tempo i miei riferimenti nascono prevalentemente dalla famiglia Genesis e in particolar modo si fissano sugli scritti del maestro Anthony Phillips. Parlando di altri generi musicali direi che un esempio di quel che voglio esprimere come “bella musica ma ragionata” può tranquillamente trovare casa in nomi come Pat Metheny e Lyle Mays, compositori che non si adagiano mai sulle facili soluzioni armoniche e melodiche e danno sempre la sensazione di scrivere quel che li emoziona e non quel che dovrebbe “funzionare” per il mercato. Per quanto riguarda la parte finale della tua interessantissima domanda potrei dire che al giorno d’oggi sembra (nel mainstream pop) non esistere alcuna volontà di ricerca musicale a livello di scrittura. Nella nicchia come quella del Rock Progressive invece ho la sensazione che si stia tradendo il concetto di “progressive” come contaminazione di stili senza barriere (come era negli anni 70 e come potrebbe essere oggi con ancora più influenze e sonorità disponibili per i compositori rispetto a loro il che significherebbe la possibilità di una produzione ancora più ricca del periodo d’oro del genere) a favore di un certo conservatorismo che ripropone spesso e volentieri i clichè più tipici del genere oramai fossilizzati in alcuni elementi molto, troppo riconoscibili.
Da Moongarden a Zamboni
D. Da Moongarden a Massimo Zamboni: due universi apparentemente lontani
Nel tuo percorso convivono esperienze che, almeno sulla carta, sembrerebbero appartenere a mondi differenti: da una parte il progressive di Moongarden e Submarine Silence, con la sua vocazione alla costruzione sonora e alla narrazione strumentale; dall’altra il lavoro con Massimo Zamboni, legato a una sensibilità espressiva nella quale parola, storia, tensione civile e memoria assumono un peso fondamentale. Quanto il confronto con Zamboni ha modificato il tuo modo di concepire il rapporto tra musica e significato? C’è qualcosa che hai imparato lavorando in quell’universo, magari nella gestione dello spazio, dell’essenzialità o del peso emotivo di una singola nota, che oggi ritrovi nella scrittura del tuo album solista?
R. Sono praticamente 20 anni che suono e vivo on the road con Massimo. E’ una storia per me molto importante, si è creata un amicizia genuina e un rapporto di fiducia musicale (se così si può dire) molto saldo. Figurati se in così tanti anni di autostrade italiane ed europee non abbiamo mai parlato di scrittura musicale, testi, ambiente professionale aneddoti e chi ne ha più ne metta. Parliamo molto e per me è una gran fortuna aver passato così tanto tempo al suo fianco. Massimo è un intellettuale illuminato e illuminante ma ovviamente viene da una storia musicale molto diversa rispetto alla mia. Il fatto che Massimo mi abbia “adottato” tanti anni fa, comunque, dimostra come la sua visione musicale sia molto aperta a inclusiva; tanto da accettare un “progghettaro” come il sottoscritto nelle sue fila. Di Massimo posso dire che ho sicuramente assorbito da lui una grande lezione umano/artistica: In uno dei nostri infiniti viaggi in autostrada ci si confronta spesso con gli artisti che vengono dai sui suggerimenti e quelli che provengono dal mio bagaglio culturale. Un giorno mi disse chiaramente che secondo lui un artista o una band che si propone di usare 200 strumenti e 200 movimenti diversi per una suite di 60 minuti, molto probabilmente e in realtà, non ha nulla da dire e comunicare. Ovviamente stava generalizzando ma il senso è molto chiaro: Spesso e volentieri il compositore prolisso nel prog infarcisce l’idea principale di orpelli strumentali di cui non se ne sente il bisogno poichè magari il concetto principale è già stato spiegato in 3 minuti. Mi ha fatto molto riflettere e sono giunto alla conclusione che ovviamente il tutto dipende dal tipo di “messaggio” che un artista ha in mente di rappresentare in musica. Chiarisco il concetto: Se un musicista ha in mente di rappresentare in musica “Il signore degli anelli” e riempie il disco di movimenti diversi tra loro ma con un titolo ben preciso che chiede all’ascoltatore di immaginare la musica come accompagnamento di quel capitolo del libro, allora la cosa ha molto senso di essere (un pò come i titoli e i testi che in supper’s ready dei Genesis ti chiedono di immaginare cose ben precise e la musica ne è una traduzione in note) ma se ci si trova in un pezzo di New progressive che ha un titolo e un testo preciso e che in 3 minuti sarebbe un pezzo meraviglioso ma che in realtà viene stiracchiato in 15 minuti senza un perchè ma soltanto per fare “progressive” allora in quel caso probabilmente l’idea che si ha in testa magari non è sufficiente a se stessa e c’è bisogno di un “vestito” inutile per far passare la cosa come una composizione prog, e in questo caso Massimo ha ragione da vendere.
Il ruolo del produttore
D. La regia invisibile: il produttore come compositore di secondo livello
Oltre a essere compositore e polistrumentista, hai maturato una lunga esperienza come produttore e sound engineer, lavorando su numerose pubblicazioni e progetti legati al cinema, al teatro e alle installazioni sonore. Nel nuovo album hai coinvolto musicisti dalle personalità differenti, tra cui Saro Cosentino, Maurizio Di Tollo, Stefano Zeni e Marco Remondini. Quando costruisci un’opera così personale, quanto sono già definite le parti prima dell’ingresso degli altri musicisti e quanto permetti alle loro sensibilità di modificarne l’identità? E come riesci a mantenere lo sguardo critico del produttore quando il materiale che stai registrando nasce da un coinvolgimento emotivo così profondo?
R. Nella mia esperienza personale da produttore e sound engineer da studio ho raggiunto la convinzione che (almeno per la mia concezione di questo ruolo) non ha senso fossilizzarsi in un unico approccio. Ho capito nel corso delle mie esperienze su vari livelli (dalla produzione PRO per Major agli indipendenti) che bisogna proporre e non imporre (a meno che non si è convinti che la scelta dell’artista sia un grave errore o un piccolo suicidio artistico etc ma anche in questo caso se trovi il tipo che non sa ascoltare ed è pieno di se stesso diciamo….in quel caso non c’è nessuna via d’uscita…) e addirittura per alcuni bisogna essere capaci di trasformarsi in “suggeritori” tralasciando il ruolo classicoda Producer. Non tutti gli artisti con i quali ho avuto a che fare posseggono un bagaglio teorico musicale sufficiente per affrontare discorsi sulla ricerca armonica, ritmica e melodica di un brano e spesso mi sono trovato di fronte alla solita frase “ma questo mi suona strano, no non è giusto, no non so non va con la voce, questa nota non la capisco” etc…..
Molti di questi sono troppo concentrati sul testo relegando il lato musicale ad un semplice mezzo di accompagnamento per le liriche.
Quindi dipende dal progetto e da chi ne è il rappresentante. Per alcuni svolgo semplicemente il ruolo di produttore audio (mix & mastering) e non metto voce su null’altro, per altri invece svolgo un ruolo più “impattante” nel progetto come arrangiatore, sound engineer, mix & mastering. Per altri ancora posso comporre del materiale e inserirlo nel progetto oppure suggerire anche titoli di album’s. Dipende molto dal concetto di “produttore” che il titolare del progetto possiede. Di certo vale il sacrosanto concetto che se tu mi scegli come produttore ti devi “fidare” punto e basta. E per finire posso aggiungere che con gli anni ho raggiunto la convinzione che in un progetto di una certa importanza discografica non possono coesistere due produttori contemporaneamente.

D. Tim Smith e i Cardiacs: l’arte di sfuggire alle classificazioni
La scelta di concludere il disco con Hymn di Tim Smith è particolarmente significativa. I Cardiacs hanno rappresentato un’esperienza quasi irripetibile nella musica britannica, capace di mettere in discussione le convenzioni del progressive, del punk e della stessa forma-canzone attraverso un linguaggio imprevedibile e spesso vertiginoso. Che cosa ti ha colpito maggiormente della scrittura di Tim Smith: l’audacia armonica, l’instabilità ritmica, la teatralità oppure quella capacità rarissima di far convivere inquietudine e innocenza? Nell’affrontare Hymn, quale elemento hai sentito fosse indispensabile preservare per rispettarne l’identità e quale, invece, hai voluto reinterpretare attraverso la tua personale sensibilità?
R. Innanzi tutto ci tengo a dichiarare che sono un fan dei Cardiacs della “prima ora” almeno qui dalle mie parti. Fondamentalmente da ragazzo ero uno di quelli che “spacciava” le novità musicali alternative nella mia città semplicemente perchè mi informavo in maniera quasi malata acquistando l’acquistabile in edicola (riviste musicali) e appassionandomi a quelle realtà di cui nessuno conosceva l’esistenza. Durante questo periodo di ricerca spasmodica mi sono imbattuto in questa Band e sin da subito mi sono innamorato della loro barriera stilistica costruita ad opera d’arte: una sorta di esame per l’ascoltatore al quale si richiedeva una sorta di atto di fede per soprassedere all’iniziale senso di “rumore, chaos e fastidio” in favore di un tesoro immenso di cultura e bellezza musicale quasi senza precedenti…ma nascosto. Ho avuto la fortuna di conoscere di persona Tim Smith. In breve venni a sapere che aveva apprezzato un disco dei Moongarden intitolato “Round Midnight” così gli scrissi chiedendo di produrre il seguente. Mi disse che non vedeva la necessità di inserire elementi cardiacs nei Moongarden perchè già avevamo un identità per lui molto ben definita e “bella così”…. non se ne fece nulla. Lo incontrai molti anni dopo che faceva la fila per vedere il suo concerto dei Cardiacs :))) tutto surreale ma tutto coerente con la sua figura. Con gli anni poi ho costruito una amicizia molto sentita con l’ex tastierista William D Drake con il quale ci sentiamo spesso e ci scambiamo idee musicali che prima o poi vedranno la luce. Detto tutto questo, Hymn è un pezzo che mi ha sempre raggelato per la sua oscurità e la sua efficacia quasi punk anche se si tratta di un canto che sa di rituale oscuro e misterioso. Semplice ma profondo, semplice ma con quello studio di cui parlavo prima che rendono 4 accordi unici e riconoscibili. Il finale perfetto per questo mio album. Ci tengo poi a precisare che il risultato finale mi ha entusiasmato non poco grazie alle performances inarrivabili di Simone Baldini Tosi (cantante dei Moongarden e ospite) Davide Cagnata (singer ufficiale del disco) e gli archi di Stefano Zeni e Marco Remondini entrambi membri della band “Il Porto Di Venere”
D. Il futuro della musica complessa: trasmettere curiosità in un’epoca di ascolti frammentati
Nella tua biografia emerge un aspetto particolarmente importante: il rapporto con l’insegnamento e la convinzione che trasmettere musica ai giovani significhi soprattutto educare alla curiosità e all’ascolto. Viviamo però in un’epoca nella quale la fruizione musicale è sempre più veloce, frammentata e condizionata dagli algoritmi, mentre un lavoro come In The House Of 100 Rooms sembra richiedere esattamente il contrario: tempo, attenzione e disponibilità a perdersi dentro un percorso narrativo. Da musicista che ha attraversato trasformazioni profonde dell’industria discografica, ritieni che le nuove generazioni possano sviluppare un rapporto autentico con opere musicali complesse e concettuali? E se dovessi indicare una sola cosa che il progressive rock può ancora insegnare alla musica contemporanea, quale sceglieresti?
R. La nostra Italia è vecchia sotto tanti punti di vista. Dal mio punto di vista è stata fatta invecchiare in malo modo e non vorrei entrare nel dettaglio per non rovinare questo spazio ebbro di riflessioni e domande piene di pensiero vero e bellezza. Spero davvero nei cosidetti “giovani”, tutto si può cambiare con la vera volontà di farlo e lo slancio giovanile è quello che serve a questo paese di “anziani” che guardano dal balcone criticando qualsiasi cosa e nel contempo condannando il paese ad un immobilismo artistico che sta rasentando l’oltretomba. Tra sceneggiati tv dedicati a prodotti sfacciatamente commerciali dei primi anni 90 a vere e proprie cerimonie in pompa magna per chitarristi che non sanno suonare la chitarra ma la suonano, rappers che non sanno rappare ma rappano, cantanti che non sanno cantare ma cantano e ballerini che non sanno ballare e ballano di fronte a migliaia e migliaia di persone, spero vivamente che i giovani si tuffino senza salvagente nel mare della discografia degli anni passati passando per l’underground attuale perchè un essere umano sensibile, gentile, esigente, appassionato, creativo e musicalmente colto….è ancora un progetto possibile.
La musica di Cristiano Roversi e l’influenza di Anthony Phillips
Sin da ragazzo il Maestro Ant Phillips con la sua musica mi è sempre stato vicino. Per anni e tutt’oggi la mia ammirazione e attenzione per le sue partiture è pressochè costante. Oltre al piacere di abbandonarmi al semplice ascolto, le note di AP mi risultano una costante fonte di riflessione e studio musicale in continua evoluzione anche perchè la sua onestà intellettuale e artistica lo ha sempre salvato dalla tentazione del mainstream e dell’easy money commerciale portandolo a sfornare meraviglie fonografiche fuori dal tempo e concentrate esclusivamente sulla “bellezza”.
Grazie a lui credo di avere assorbito la capacità e il piacere di scrivere composizioni in totale libertà che possono spaziare dal semplice pezzo strumentale per piano a suite di rock sinfonico ricche di strumenti musicali e variazioni ritmiche. Nella sua musica vive un senso di purezza quasi fanciullesca che calma lo spirito e mi riappacifica con la realtà attuale non propriamente illuminata diciamo. Dal punto di vista tecnico, la sua costante ricerca armonico melodica e la capacità di produrre idee su idee come se il cosidetto “blocco dell’artista” fosse un fenomeno a lui completamente sconosciuto mi ispira e mi spinge a ricercare sempre qualcosa di “diverso” o “particolare” nelle mie composizioni; mi insegna che non serve a nulla suonare i soliti quattro accordi triti e ritriti per poter dire “ho scritto questo pezzo” ma che piuttosto non bisognerebbe mai scordarsi il concetto di ricerca musicale e lavoro sulla scrittura.
Per conlcudere poi non è un mistero che amo letteralmente riarrangiare alcune sue partiture mettendocì un pò di Cristiano Roversi al loro interno. E’ un gioco probabilmente infantile ma in questo modo è come se stessi lavorando con lui nello stesso studio a 4 mani su vari pezzi cosa che spero vivamente che un giorno possa accadere nella vita reale.
Per concludere vorrei ringraziare personalmente Dante per questa intervista così profonda e ben pensata. Grazie di cuore.
Grazie a te per averci dedicato del tempo prezioso! e… buona musica!!!
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