L’altra Odissea: Cronaca Non Richiesta Di Un Viaggio Già Iniziato

Prima dei Ciclopi, delle Sirene e di Itaca, abbiamo affrontato la nostra personale Odissea: quella di Nolan, fatta di trailer, leak, recensioni preventive e guide IMAX. Il viaggio, forse, era già cominciato.

Prima ancora di salpare

Odissea Nolan

Facciamo uno sforzo e ripercorriamo l’ultima settimana, dominata dall’ultimo lavoro dell’amato Christopher Nolan: il regista che è riuscito a imporsi come nessun altro nel mercato mainstream, costruendosi praticamente da zero e arrivando oggi a dominare il botteghino e le discussioni delle piccole nicchie di aspiranti cineasti, sempre bisognose di una nuova isteria collettiva.

Ma da quale punto di vista affrontare questo sforzo? Da cinefilo? Da nerd innamorato dell’ultima tecnologia? Da classicista? Da divulgatore? In quali panni calarsi per cercare di fare un’analisi il più possibile obiettiva di ciò che è successo attorno alla pellicola — e che pellicola!  Verrebbe da dire, in tutti i sensi

Io assumerei lo sguardo meno onesto per eccellenza: quello dello spettatore curioso. Quello che, nel tempo, si è costruito aspettative su ciò che avrebbe apprezzato e ciò che avrebbe detestato e che, dopo aver attraversato una tempesta imposta da Poseidone in persona, fatta di teorie, manipolazioni e giudizi pronunciati rigorosamente prima di averlo visto, si è finalmente seduto in sala per confrontarsi con il film e non con tutto ciò che gli era stato costruito intorno.

D’altronde è questo lo sguardo che la sorte mi ha concesso. Da non amante del cinema di Nolan — sentimento complementare alla stima che provo per lui come uomo d’industria — e da non particolare studioso dell’opera omerica, non sono altro che un insulso spettatore rancoroso.

Odissea Nolan

L’epopea dell’attesa

E come me, molti altri si sono sorbiti una trafila iniziata con le prime indiscrezioni, uscite poco dopo Oppenheimer. Non avevamo ancora smesso di metabolizzare il suo ultimo film quando è arrivata la notizia: Christopher Nolan avrebbe girato L’Odissea. E l’avrebbe girata in IMAX. E Matt Damon sarebbe stato Ulisse. E Piero Angela lo avrebbe intervistato. Quest’ultima, lo ammetto, non l’avevo prevista. E invece era tutto vero.

Insieme abbiamo sudato freddo. Sapevamo tutti cosa sarebbe successo. Per fortuna era ancora solo una notizia e i primi Reel e TikTok potevano limitarsi a ipotizzare il mood del film. Poi sono arrivati i video dal set, le indiscrezioni tra Favignana e Lipari, le prime immagini proiettate prima dei grandi blockbuster, il teaser e infine il trailer.

Ed è stato proprio il trailer la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sono ripartite le accuse al woke, le discussioni su un immaginario ritenuto più nordico che mediterraneo e, soprattutto, il processo al cast. Di Elena se ne sono sentite di ogni tipo. Gli stessi che l’avevano criticata in partenza sono poi rimasti delusi dal poco screen time che le è stato concesso.

Social e cinema

E poi sono arrivate loro: le infinite guide. Caotiche mappe nautiche che, se si riusciva a decifrarne la legenda, promettevano di condurre allo schermo perfetto, nel cinema perfetto, per vedere il film “così come Nolan l’ha pensato“. E allora via di bombardamento terminologico: formato digitale standard, 70 mm, IMAX digitale, IMAX 70 mm.

Fa sorridere pensare che, prima di Tenet, quasi nessuno sapesse davvero cosa significassero queste sigle. E che, fino a Oppenheimer, in pochi avessero realmente capito quali differenze comportassero. Così scopriamo che, se vuoi vedere il film esattamente come è stato concepito, semplicemente non puoi.

C’è chi grida al genio e chi all’assurdità di progettare un’opera tanto poco accessibile. Eppure non riesco a fare a meno di pensare a Christopher Nolan quando, nel 1998, girava il suo primo lungometraggio indipendente con settemila dollari. E penso a come oggi realizzi film che possono essere visti nella loro forma ideale soltanto su poche decine di schermi nel mondo. Nel mio piccolo, non posso che rimanere affascinato da quello che forse è il più nerd degli atti egoistici.

Bene. A questo punto sappiamo già che il film ci piacerà oppure no. Prenotiamo il biglietto nel cinema migliore, dopo aver studiato tutte le guide possibili, e finalmente possiamo salpare verso Itaca.

Odissea Nolan

Finalmente il film: Odissea – Nolan

La prima grande lezione arriva subito: è difficilissimo pensare in termini di grigi. Letterboxd, in questo senso, è un termometro perfetto. Il film viene proclamato o capolavoro assoluto oppure emblema dell’inutilità, sintomo terminale del male della settima arte. E io, spettatore rancoroso, cosa dovrei fare? Schierarmi? Scegliere una squadra? No. Covo troppo rancore per farlo.

Nell’epoca di apparente magia messa in scena, nell’intricato sistema di punti di vista e di storie raccontate — o cantate —, nel tema più nolaniano di tutti, quello del trauma che ritorna, cosa rimane davvero allo spettatore? Cosa prova, oltre al piacere estetico e a un ritmo che rende sorprendentemente vivace una durata importante? Sempre che sia riuscito ad arrivare in sala con almeno un pensiero ancora suo.

Non direi la fame. Non direi il viaggio, né la sete, né l’amore o la disperazione. Quelle sensazioni che dovrebbero accompagnare un racconto di sopravvivenza e di ritorno sembrano talvolta rimanere sepolte sotto le macerie di Troia.

Rimane piuttosto un’altra idea, profondamente nolaniana: la guerra come trauma permanente. Una riflessione certamente potente, ma anche sorprendentemente familiare. Da Dunkirk a Oppenheimer, Nolan torna ancora una volta a interrogarsi sul peso della violenza, sulle sue conseguenze e sulla memoria che lascia dietro di sé. È una chiave di lettura coerente con il suo cinema, forse persino inevitabile.

Hype Odissea Nolan

Il suo Ulisse, infatti, è molto meno l’uomo dell’astuzia, della nostalgia e dell’incontenibile desiderio di tornare a casa. È soprattutto un reduce. Un uomo che continua a trascinarsi dietro il rumore della guerra e che affronta il viaggio più come una lunga elaborazione del trauma che come un ritorno. Una scelta legittima, perfino affascinante, ma che finisce inevitabilmente per spostare il baricentro del poema.

È forse qui che la gigantesca macchina spettacolare costruita da Nolan mostra il suo limite più evidente. L’impressione è che la continua ricerca della meraviglia visiva, della monumentalità dell’immagine e dell’impatto sensoriale finisca, a tratti, per entrare in conflitto con la dimensione più poetica, intima e malinconica dell’Odissea. 

Non perché le due cose siano incompatibili, ma perché raramente riescono davvero a respirare insieme. La metafora sulla brutalità della guerra, che emerge con forza nel finale, dopo oltre tre ore di racconto rischia quasi di apparire una conclusione più prevedibile che rivelatrice, soprattutto perché Nolan ci ha già abituati a riflessioni simili.

Odissea – Nolan: Dopo Itaca

Guai ad aprire i social. Sono le ultime Sirene prima di Itaca. Tappatevi le orecchie, chiudetevi in un bunker se necessario e provate ad arrivare in sala con almeno un pensiero ancora vostro. Rimuginate, proprio come sto facendo io in queste Memorie cinefile dal sottosuolo.

Del resto, se qualcosa abbiamo imparato da questa settimana dominata dal regista inglese e dalla sua personale rilettura del poema omerico, è che oggi attorno a un film si costruisce un racconto lungo mesi, fatto di attese, dibattiti, guide, polemiche e prese di posizione. Il rischio è che, quando finalmente si spengono le luci della sala, una parte del viaggio sia già stata compiuta.

Forse è questa la vera Odissea.

E quando arrivano i titoli di coda, il cinefilo, il nerd, il classicista, il divulgatore… sono già spariti da un pezzo.

Rimane soltanto uno spettatore rancoroso. Finalmente.

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