Recensione – It Ends: il bello di non spiegare tutto

Quattro amici in macchina, una strada che non finisce e una regola elementare: non fermarsi mai, a meno che non si voglia essere assaliti da strani morti risvegliatisi ai margini della carreggiata. In It Ends, esordio nel lungometraggio di Alexander Ullom, bastano un’automobile e un rettilineo infinito per trasformare una rimpatriata tra amici in un incubo.

Questo è l’anno del cinema giovane, di genere e spesso a basso budget. Tra i casi più interessanti troviamo Obsession di Curry Barker e Backrooms di Kane Parsons, ai quali si può accostare anche It Ends, seppure come il più piccoletto della compagnia. Realizzato con appena 80.000 dollari, il film dimostra quanto si possa ottenere partendo da un’idea semplice e da risorse limitate.

Il mistero non ha bisogno di spiegazioni

La premessa è lineare, l’incidente scatenante assurdo ma intrigante: quattro amici appena laureati si ritrovano a percorrere una strada senza fine dalla quale non possono uscire senza esporsi a presenze minacciose. Il film condivide con Obsession una tendenza che vorrei prendesse sempre più piede nel cinema di genere: la rinuncia a spiegare l’inverosimile ricorrendo a giustificazioni ecclesiastiche o, peggio ancora, scientifiche. Quelle che negli anni ci hanno regalato esperti del paranormale sempre pronti a intervenire per salvare la famiglia maledetta di turno.

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Naturalmente i protagonisti devono indagare, cercare una via d’uscita e scoprire le regole del mondo straordinario in cui sono finiti, permettendo allo spettatore di fare altrettanto. Ma è davvero necessario arrivare a una spiegazione definitiva? Come in Obsession non ci viene consegnato un manuale sul funzionamento del desiderio, così in It Ends la strada può restare un enigma. Entrambi gli elementi possono essere considerati dei MacGuffin, dispositivi che innescano la storia senza esaurirne il significato, lasciando agli autori la possibilità di concentrarsi su ciò che davvero interessa loro: le relazioni interpersonali.

Quattro amici e una strada infinita

La macchina diventa una prigione claustrofobica, tanto più inquietante perché le normali necessità fisiologiche sembrano progressivamente perdere importanza: il carburante non finisce, la fame e altri stimoli scompaiono. Intanto, l’impossibilità di fermarsi costringe i quattro protagonisti a una convivenza dalla quale non possono evadere. Un’amicizia di lunga data viene così messa alla prova, mentre tensioni e rancori rimasti nascosti emergono poco alla volta.

La strada, insomma, è molto più di un mistero soprannaturale: è una trappola sociale, un dispositivo narrativo che costringe i personaggi a fare i conti con se stessi e con gli altri. E forse anche con quel futuro incerto che accompagna il passaggio all’età adulta, quando una fase della vita si conclude e le strade individuali cominciano a divergere.

It Ends non è privo di difetti e la sua idea, per quanto efficace, rischia talvolta di diventare ripetitiva. Ma sarebbe miope ignorare anche le condizioni produttive da cui nasce. Ullom realizza un lungometraggio con un budget dichiarato di appena 80.000 dollari e riesce a portarlo alla distribuzione internazionale, dimostrando che non sempre servono grandi capitali per trovare un pubblico.

E allora It Ends va visto e sostenuto, senza che il basso budget diventi uno scudo contro le critiche. Non perché ogni film indipendente meriti automaticamente indulgenza, ma perché vale la pena osservare cosa succede quando si comincia a fare cinema senza aspettare le condizioni ideali. A volte bastano una macchina, una strada e un’idea che non si ha fretta di spiegare.

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