Intervista a Enio Nicolini: il talentuoso bassista abruzzese ci parla del suo ultimo album UMA Bot4 – 1 Parte

Enio Nicolini è un bassista e compositore abruzzese, molto prolifico e talentuoso, attivo dalla metà degli anni Settanta a oggi. Elencare tutte le sue collaborazioni non è facile, proprio per il lungo chilometraggio percorso in oltre cinquant’anni di carriera, ma è impossibile non ricordare la sua ultra-decennale collaborazione con la band The Black del mai troppo compianto Mario Di Donato, con cui ha anche co-fondato gli Unreal Terror nel 1983.

Negli ultimi anni Enio Nicolini ha portato avanti soprattutto il suo percorso solistico e si è impegnato in attività divulgative con seminari online nei quali illustra la sua personale tecnica bassistica, caratterizzata da un massiccio uso dei power chord. Lo scorso 10 aprile è uscito il suo ultimo album, dal titolo UMA Bot4, caratterizzato ancora una volta dall’assenza di chitarre, sostituite da elettronica e synth.

Nei testi di questo lavoro, prodotto dalla maltese Triad Records, si affrontano tematiche legate all’Intelligenza Artificiale e agli interrogativi che molte persone si pongono sulle sue implicazioni etiche e valoriali.

Backdigit.com è andato a Pescara e ne è nata l’intervista che segue.

Articolo a cura di Diego Banchero

Ciao Enio, benvenuto su Backdigit.com. Ti chiedo subito di raccontarci qualcosa relativamente agli anni dei tuoi esordi. Cosa ti ha spinto a voler diventare musicista? Se non sbaglio, hai iniziato con il contrabbasso, che ancora oggi si vede nei video che giri nel tuo studio, giusto?

Enio Nicolini: Un saluto e grazie per ospitarmi nelle pagine di Backdigit. È una bella domanda che mi riporta a quando ero ragazzino, quando nei pomeriggi d’estate ammiravo un mio cugino più grande che suonava la chitarra acustica. Veniva da Milano a Pescara per le vacanze e per me, all’epoca, era bravissimo. Fu proprio lui a insegnarmi i primi accordi e qualche scala cromatica. Era il periodo del Beat italiano, di gruppi come I Corvi, I Quelli e altri. Lui suonava quelle canzoni e anche qualcosa del rock inglese, come i Rolling Stones e gli Who, di cui mi regalò un LP comprato al mitico magazzino Standa di Pescara… fu un regalo pazzesco per me! La curiosità e il fascino delle ultime quattro corde mi rapirono subito e provai a strimpellare alcune linee di accompagnamento alle sue ritmiche.

Un pomeriggio mio cugino mi disse che sarei potuto diventare un buon bassista e lì capii che dovevo insistere. Chiesi ai miei genitori di frequentare una scuola di musica. Mi iscrissero da Pierfelice e Di Zio, scuola privata di Pescara, per studiare contrabbasso. Il primo giro che imparai a leggere e suonare fu un rock’n’roll. Avevo scoperto Jimi Hendrix per puro caso in un programma radio e ne rimasi folgorato. Presto passai al basso elettrico, c’era troppo rock intorno a me. Ricordo che i miei mi comprarono a rate un basso elettrico-acustico, un Ariston a forma di violino, ma non l’amplificatore. Fu il mio primo basso! Non so che fine abbia fatto, è sparito, ma non dai miei ricordi. Tutto è partito da quei pomeriggi d’estate! Il contrabbasso è comunque sempre con me e ogni tanto lo suono ancora.

Le tue prime esperienze con i 5 Parete, i Loving Eyes e i Tabù ti hanno portato in giro per l’Italia. Cosa facevi all’epoca con queste band?

Con questa domanda torniamo alla prima metà degli anni ’70, al periodo del punk, del prog, di Jimi Hendrix e dell’hard rock. I 5 Parete sono stati il mio primo gruppo: con il talentuoso Piero Polinas alla chitarra diventammo la band hard rock di riferimento di Pescara. Avevamo anche degli inediti e un repertorio che spaziava dagli Who a Jimi Hendrix — Hey Joe aveva una linea di basso stupenda — fino ai Cream con Badge. In quel periodo avevo il ruolo di bassista. La nostra sala prove era il retro del negozio del secondo chitarrista, Paolo detto “Cuccione”, in via Firenze a Pescara, sempre strapiena di ragazzi curiosi.


Con i Loving Eyes fu un periodo molto particolare e importante per la mia crescita. Era una band organizzatissima, all’epoca si chiamavano “complessi”, con tanto di manager, presentatore e coriste. Eravamo praticamente di proprietà dei genitori del cantante e tastierista. Fu un periodo prolifico e ben remunerato, fatto di feste di piazza, feste private, locali e anche night club. Se penso che da minorenne suonavo durante uno spettacolo di spogliarello mi viene da sorridere… ricordo il Garden di Roseto degli Abruzzi. Alla fine tutto questo mi saturò, perché non soddisfaceva la mia voglia di suonare musica a me più affine, e abbandonai quel baraccone.


Poco dopo, con il batterista dei Loving Eyes Tommaso Perlino, misi su la mia prima formazione tosta, i Tabù, con il chitarrista Nino Cocchini, ex di Gloria Gaynor, considerato a ragione il miglior chitarrista rock della regione. Avevamo un repertorio fatto di pezzi rivisitati di Atomic Rooster, Small Faces, Hendrix e anche inediti. Registrammo un demo-tape che è sparito o è stato rubato da qualche fan. Facemmo pochi concerti anche per la poca affidabilità del chitarrista, uno spirito fin troppo libero, che sparì. Siamo alla fine degli anni ’70, quando ho incontrato Mario Di Donato (The Black) e insieme a Lucio D’Albenzio alla batteria formammo i Respiro di Cane, una band che oggi definiremmo garage, che ha fatto tantissimi concerti in regione e fuori. Si cantava in italiano.

Ricordo le mitiche feste universitarie e delle scuole superiori, le facemmo tutte. Da lì siamo partiti a scrivere i nostri inediti, registrati nei due demo-tape Incidente Mentale e Massacre. Ci sono due testi e un brano che portano la mia firma. Questo fu il periodo di svolta della mia carriera, quando gli obiettivi e la strada da seguire divennero chiari.

Non possiamo non chiederti della tua amicizia con Mario Di Donato, nata negli anni Settanta e che ha portato alla formazione dei The Black. Come avete deciso di impegnarvi in quel viaggio dopo l’esperienza degli UT? Il vostro genere era sicuramente metal, ma caratterizzato da uno stile unico ed estremamente originale.

La nostra amicizia, che diventò anche un sodalizio musicale, inizia sui banchi della scuola media a Pescara, alla E. Fermi: io in prima e lui in terza, ripetente. All’epoca iniziavo a strimpellare il basso, mentre lui era già bravo con la chitarra. Durante una gita scolastica al Castello, la Fortezza Spagnola de L’Aquila, nella pausa pranzo in pineta abbiamo avuto modo di suonare per la prima volta insieme, intrattenendo il pubblico, soprattutto quello femminile.

Da quel momento ci vedevamo tutti i pomeriggi a casa sua, sia per ascoltare dischi — Mario aveva una discreta collezione — sia per affinare il suonare insieme. Tutto questo ci ha portato a entrare a pieno nella musica hard e heavy del periodo: UFO, Grand Funk Railroad — Mario li aveva tutti fino a Phoenix — poi Black Sabbath, visti nel 1973 a Roma, AC/DC, Iron Maiden, Hawkwind e ovviamente Motörhead del grande Lemmy.
Come detto prima, questo periodo è caratterizzato dalla seminale band Respiro di Cane che, dopo il servizio militare di Mario e un mitico festival a Pescara al club La Catapecchia — oggi un rudere — vide l’uscita del batterista.

Mario mi parlò di un suo amico batterista, già nelle sue altre formazioni come Un Caso di Follia, Silvio Canzano, che diventò “Spaccalegna” per come picchiava rullante e doppia cassa, e con lui nel 1980 nascono gli UT! Brani inediti e testi in italiano cantati da Silvio. Era una grande band, tanti concerti in regione e fuori, a un passo dal contratto con la major PolyGram dove, in un incontro nella loro sede di Milano, declinammo la firma per i troppi compromessi richiesti.

Cito un mitico nostro concerto nella piazza principale di Pescara nel 1981, strapiena di pubblico e di fan.
Nel 1983-84 gli UT diventano Unreal Terror! Con Benedetto Spinazzola prima — ha fatto un solo live — e Luciano Palermi dopo, che diventò membro ufficiale, alla voce, e per il cantato fu adottata la lingua inglese. Era puro metal in stile NWOBHM. Nel 1985 esce il nostro primo disco, Heavy & Dangerous, un EP edito da Bess Records, dove c’è un brano, The Voice in the Darkness, archetipo del futuro percorso doom di Mario “The Black” Di Donato nei suoi Requiem e poi nei The Black, dove sono tornato al suo fianco con il mio basso nel 1990 fino al 2018.

Quanti dischi avete pubblicato con i The Black? Ce n’è uno a cui ti senti più legato?

Comprese alcune compilation, con me al basso, sono tredici lavori. Sono molto legato al primo disco del 1991, Abbatia S. Clementis, Minotauro Records, semplicemente perché è il primo ed è anche quello che ha, di fatto, ricementato il legame fra me e Mario.

La tua creatività ti ha sempre spinto a portare avanti un percorso solistico. Possiamo fare un resoconto di questo viaggio? Ricordo di essere stato a un tuo concerto degli Akron tanti anni fa. I The Black erano allora già in piena attività.

Certamente, è un resoconto molto positivo. Era anche un periodo molto prolifico per i The Black, sia di produzione che di live, e dovevo trovare gli spazi per i miei progetti… e non è stato facile! Avevo iniziato con i The Black a intensificare la mia tecnica sull’uso dei power chord per dare maggiore supporto agli assoli di chitarra di Mario e contestualmente ho iniziato a usarli per scrivere melodie per i miei lavori solisti.


La prima esperienza come Akron avvenne nel 1999 quando fummo inseriti nella compilation della Black Widow Records E Tu Vivrai Nel Terrore con il brano Il Mulino delle Donne di Pietra, che ci diede la possibilità di firmare con loro nel 2000 il mio primo disco solista: La Signora del Buio, in CD, vinile e book di mie poesie. Nei miei progetti solisti non ci sono chitarre, ma tastiere. In questo lavoro la band era composta da Eugenio Mucci alla voce, Lea Palmieri alla batteria, Alice Di Francescantonio alle tastiere oltre a un secondo basso, Daniel Dixon. Fu un esperimento molto interessante quello dei due bassi in formazione, che purtroppo si interruppe subito dopo la pubblicazione del disco e di un live… Daniel tornò a Londra!


Nel mio secondo disco come Akron, Il Tempio di Ferro del 2003, ci fu un cambio di formazione: alle tastiere entrò Fabio Barraco, ex collaboratore degli Osanna di Lino Vairetti, e Gabriella Saia ai cori. È un disco sui Templari, realizzato in CD, vinile e libro. Gli Akron sono stati molto importanti per la mia crescita artistica e strumentale, coronata da un’intensa attività live. Tantissime furono le mie esperienze personali legate al mondo templare, fatte di frequentazioni di associazioni di Cavalieri Templari, congressi, rituali, serate intense… Tutto questo mi portò a una saturazione psicologica. Arrivai a odiare quelle tematiche e quei suoni pieni di Hammond, tanto da rinunciare al terzo disco richiesto dalla Black Widow che avrebbe avuto come tema gli Argonauti. Un lavoro che ho iniziato e mai concluso.

Questo ovviamente produsse la cessazione della collaborazione musicale, ma è rimasta, ed è ancora viva oggi, una sana amicizia con tutto il loro staff.
Una boccata d’aria diversa la trovai reclutando un amico, un mago dell’elettronica, Former Lee Warmer, una voce femminile, Alessandra Di Francesco, e l’immancabile Lea Palmieri alla batteria… nascono gli Akronois! Una sorta di musica noise mista al doom con testi in italiano. Realizzammo un demo-tape, See The Stars, che ebbe una sola apparizione live.
Il primo progetto con basso, batteria e voce fu quello degli Sloe Gin, con Eugenio Mucci alla voce e Giuseppe Miccoli alla batteria, due ex Requiem. Realizzammo un disco edito da Blood Rock Records nel 2013, A Matter of Time, ricordo un bellissimo concerto per la release al Circus Club di Scandicci, Firenze. Nel frattempo c’era anche il lavoro nei The Black, un periodo pieno di attività.

Ci tengo a precisare che il mio ruolo nei The Black era quello di bassista al servizio delle composizioni portate da Mario e le mie performance erano sempre al 100% delle mie possibilità, nonostante fossi impegnato nei miei progetti.
Uno dei lavori più interessanti e, credo, unico mai fatto in Italia è Heavy Sharing. Un lavoro con dieci ospiti alla voce e tre batteristi. Lo ritengo tale perché innanzitutto è basato solo su basso, batteria e voce. Con il mio basso ho creato delle linee melodiche, usando sempre la mia tecnica, per ognuno degli ospiti a seconda delle loro caratteristiche. Ho lasciato poi a ognuno di loro la libertà di creare una linea vocale e il testo, una vera condivisione metallica. È stato edito da Buil2Kill / Nadir nel 2015 in CD, vinile e video.

Il lavoro e la release del vinile furono presentati live al Circus Club di Scandicci, Firenze, con sette degli ospiti presenti sul disco, nel 2017. In quell’occasione è stato realizzato un video della kermesse a tiratura limitata di cinquanta copie.
L’anno successivo, di comune accordo con Mario Di Donato, abbiamo deciso di prenderci una pausa, nonostante stessimo realizzando il prossimo disco dei The Black. Non eravamo più in sintonia sulla gestione promozionale della band e quindi lasciai la band, ma non l’amicizia con Mario, che era fraterna e sincera, iniziata da ragazzini e purtroppo terminata quel 16 dicembre 2024.

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