Il Diavolo Veste Prada 2: Recensione
Miranda Priestly non è cambiata: è il mondo che non riesce più a starle dietro. Il Diavolo Veste Prada 2 è prodotto da 20th Century Studios, diretto da David Frankel e scritto da Aline Brosh McKenna.
Nel cast principale tornano Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, affiancati da new entry come Kenneth Branagh, Lucy Liu e Justin Theroux. Il film è distribuito nelle sale italiane da The Walt Disney Company Italia dal 29 aprile.
Il Diavolo Veste Prada 2: recensione
Miranda Priestly continua a essere una forza immutabile: tagliente, autoritaria, sempre un passo avanti a tutti. Stavolta, però, è il contesto a metterla in difficoltà. Il mondo dell’editoria di moda non è più quello che dominava un tempo e persino un’istituzione come Runway deve adattarsi a nuovi codici.
Nonostante questo, Miranda resta saldamente al suo posto, circondata dal leale Nigel e da una nuova generazione di assistenti.
Altrove, le strade delle sue ex collaboratrici hanno preso direzioni diverse. Andy Sachs ha costruito una carriera solida nel giornalismo, ma un improvviso scossone rischia di rimettere tutto in discussione. Emily Charlton, invece, sembra aver trovato una dimensione di successo, anche se non del tutto soddisfacente per il suo carattere ambizioso.
Quando Runway entra in una fase critica proprio mentre Miranda è vicina a un salto decisivo nella sua carriera, diventa necessario guardare indietro. Andy viene richiamata per dare nuova linfa alla rivista, innescando un confronto che riporta a galla vecchi equilibri mai del tutto risolti. Il loro rapporto riparte da dove si era interrotto, ma sotto la superficie si avvertono crepe.
Il Diavolo Veste Prada 2: Tra nostalgia e ripetizione
Meryl Streep torna nei panni dell’iconica Miranda Priestly a vent’anni di distanza dal primo capitolo e, ancora una volta, regge l’intero film sulle sue spalle. È magnetica, chirurgica, perfettamente consapevole del personaggio: una professionista immensa che già nel 2006 aveva contribuito a modellarne i contorni, trasformando Miranda in un’icona del cinema contemporaneo.
Il personaggio di Andy, interpretato da Anne Hathaway, torna a essere il filtro attraverso cui osserviamo questo mondo. Il suo punto di vista — non troppo distante da quello del primo film — cerca di comprendere, e in parte accettare, le regole dell’alta moda. Se nel 2006 ne era fuggita, qui vi rientra con consapevolezza e ambizione, ma anche con uno sguardo più disilluso.
Il contesto, però, è radicalmente cambiato: il magazine tradizionale è ormai un residuo del passato. Runway esiste ancora, sì, ma i contenuti vivono soprattutto online, tra social e logiche digitali che snaturano il mestiere.
Milano Fashion Week
La Milano Fashion Week diventa il nuovo epicentro narrativo, prendendo il posto della Parigi del primo film. È qui che il film trova il suo respiro visivo, riempiendo le inquadrature di riferimenti concreti all’alta moda e di presenze reali del settore. Sui costumi, infatti, c’è poco da dire: impeccabili, eleganti, perfettamente coerenti con l’universo che raccontano.
La struttura narrativa ricalca quella del primo capitolo, amplificandone però ogni aspetto: pregi e difetti. Il rapporto tra Streep e Hathaway funziona ancora alla perfezione; i loro scontri, le tensioni e i momenti più leggeri rendono il film scorrevole e piacevole.
Non è — e probabilmente non vuole essere — un film impegnato. Il problema principale risiede piuttosto nella prevedibilità di molti snodi narrativi, spesso forzati e poco sorprendenti.
L’arco narrativo di Emily Blunt risulta il più debole, proprio perché costruito su questi sviluppi prevedibili. Nonostante questo, resta divertente osservare come il personaggio si sia evoluto nel tempo, anche alla luce delle tante speculazioni online che negli anni ne avevano immaginato il futuro.
Il Diavolo Veste Prada 2: Conclusioni
Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel che gioca sul sicuro: non reinventa, ma aggiorna. Vive della forza dei suoi personaggi e del carisma delle sue protagoniste, più che di una reale necessità narrativa.
È un ritorno che funziona per nostalgia, per stile e per interpretazioni, ma che non riesce a sorprendere davvero.
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