Venezia 83, Ink, Rush line e la PalaBiennale – FOGLIETTI LAGUNARI N.1
Venezia 83 – Giovedì 3 settembre, ore 02:30. Ormai venerdì.
Rintanato a tarda notte al campeggio, assisto agli ultimi superstiti che rientrano nelle loro dimore tascabili. Sono assonnati, ringraziano gli ultimi spritz bevuti che restituiscono loro quel poco di colorito necessario a definirli ancora umani.
Alcuni sono riusciti a vedere una proiezione serale e, ora che è finita, rimpiangono di averla vista e forse anche di averla prenotata, con improvvisa fortuna, durante uno di quei refresh a noi tanto cari. Altri tornano da una festa, in laguna, in spiaggia, al Tennis Club. Altri ancora, magari, a quelle feste hanno soltanto aspettato fuori, schiacciati gli uni contro gli altri, sudati e con la consapevolezza che tanto non sarebbero mai entrati.
Perché comunque non provarci?
Questa è stata una lunga giornata, fatta di occasioni perdute e panini con mortadella e melanzane.
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Venezia 83: Ink di Danny Boyle
La sveglia alle nove e mezza non ci permette comunque di arrivare puntuali alla proiezione delle 11:30 — alla PalaBiennale, chiaramente — di Ink, ultima pellicola firmata da Danny Boyle.

Il film racconta la storia della nascita del Sun, storico quotidiano britannico di Fleet Street, seguendo la trasformazione del giornale e la feroce competizione del mondo editoriale inglese. Al centro ci sono Rupert Murdoch e Larry Lamb, interpretati rispettivamente da Guy Pearce e Jack O’Connell, quest’ultimo per molti “quello di Skins”.
Boyle costruisce un racconto che non ha bisogno di zombie maratoneti con enormi attributi per mantenere quella sensazione adrenalinica che gli è propria. È un film con i piedi per terra, almeno rispetto a buona parte della sua filmografia più muscolare, mai per questo statico.

La redazione del giornale diventa una specie di campo di battaglia: outsider contro establishment, vendite contro credibilità, ambizione contro qualsiasi residuo di scrupolo. Ink racconta un momento in cui il giornalismo popolare inglese cambia pelle e, soprattutto, racconta quanto poco ortodosse possano diventare le strade percorse quando l’obiettivo è conquistare lettori.
Boyle rimane Boyle anche quando gli togli gli zombie. La macchina da presa continua a muoversi, spesso in maniera frenetica, con rotazioni a 360 gradi, cambi di prospettiva e sequenze che sembrano quasi voler impedire allo spettatore di prendere fiato. È un linguaggio che potrebbe sembrare fuori posto in un film sul mondo dei quotidiani e invece, proprio per questo, funziona: il caos della forma restituisce quello del mondo che racconta.
Il film finisce e il poco tempo a disposizione, unito alla proverbiale flemma del banconista dell’alimentari, rende impossibile correre dall’altra parte della Biennale e superare i controlli — a stomaco vuoto — per Everest, documentario che, a giudicare dai racconti di chi è riuscito a vederlo, sembra essere una delle esperienze più dolorose della giornata.
La strada verso Herzog e le rush line
Continuano a dirmi che è molto triste. E continuano soprattutto a chiedersi quanto sia stato sfortunato il protagonista, che nel corso delle sue imprese estreme sull’Everest ha visto morire praticamente chiunque lo abbia accompagnato nelle sue folli avventure, famiglia compresa.
A questo punto credo sia arrivato il momento di mangiare.
Ci rechiamo quindi dall’alimentari di fiducia, poco lontano dalla PalaBiennale. Il banconista flemmatico già citato è ormai un nostro caro amico, da anni sempre contento ed educato nel farcire ciriole con qualsiasi cosa si trovi sul suo banco.
Mi dice che il 10 settembre sarà chiuso: suo figlio avrà il primo giorno di scuola e lui, giustamente, non vuole perderselo.
Mentre sorrido e mi rilasso per questo momento genuino con quell’uomo sudaticcio, mi dispiaccio della notizia.
E deve essere stato proprio quel dispiacere a crescere lentamente dentro di me perché, poco dopo, a stomaco pieno, devo aver accettato la proposta di N.:
— Vecchio, se provassimo ad andare a vedere il film di Herzog? E ci mettessimo in rush line?
È giusto, prima di procedere, fare una piccola e doverosa digressione sulla rush line.
La Biennale permette agli eroici accreditati sprovvisti di biglietto di mettersi comunque in coda per una proiezione. Nel caso in cui rimangano dei posti liberi per l’assenza di spettatori regolarmente prenotati, questi vengono riassegnati a chi è in fila.
Una specie di lotteria cinematografica. Perché quindi non provarci con Herzog?
Il suo nuovo film, Bucking Fastard, è probabilmente uno dei titoli più attesi della Mostra del Cinema di Venezia 83. Il posto in PalaBiennale per il giorno seguente ce l’ho già, ma l’idea di poter vedere il film in Sala Grande, con il suo anziano creatore presente, possiede quel genere di fascino irrazionale. Per film di questo calibro bisogna arrivare almeno un’ora prima, se si spera nella rush line. E così facciamo.
Ci dividiamo dagli altri compagni, che vanno a vedere Jupiter, film che mi incuriosisce e che punto a recuperare domani: un thriller ucraino ambientato in uno scenario segnato dalla minaccia nucleare.
Noi invece ci mettiamo in fila davanti alla Sala Grande. Trenta persone, forse qualcosa in più, davanti a noi. E io comincio già a intuire come finirà.

Me ne sarei andato, probabilmente, se non fosse stata la mia prima rush line. E soprattutto se non avessi cominciato a percepire, negli sguardi delle persone che continuavano ad accumularsi dietro di me, una fiducia quasi religiosa. La fila cresce. Diventa un serpente umano. E ogni nuovo arrivato sembra più convinto del precedente che, in qualche modo, entreremo tutti.
Dopo un’ora di attesa, finalmente, la fila comincia a scorrere. È fatta. O almeno così pensiamo. Arrivati davanti all’ingresso scopriamo però che la fila si è mossa soltanto per permetterci di compiere il giro e uscire, evitando di farci passare contromano.
Uno alla volta, senza che nessuno si prendesse la briga di comunicare il fattaccio a quelli più lontani, scopriamo di aver buttato un’ora di tempo e una quantità non trascurabile di pazienza.
A domani, Herzog. Ora c’è il tramonto.
E al Lido, quando il sole comincia a scendere e non sei dentro una sala, nessuno ha davvero dubbi su cosa fare.
Venezia 83: Dove finiscono i cinefili
Il Lungomare ospita numerosi chioschi e baretti, perlopiù adibiti a produrre spritz di ogni tipo e colore. Non sono economici, ma se si sa dove andare c’è persino la possibilità di trovarci dentro un’oliva dolce.
Di classe.
E mentre si sorseggiano nel luogo più adatto, si guarda il tramonto sulla laguna. Per qualche minuto tutto sembra perfettamente organizzato.

Rientrati in campeggio, dopo vari tentativi E. riesce finalmente a stabilizzare la fiamma del nuovo fornello a gas da campeggio, mai utilizzato prima.
Mangiamo una pasta con radicchio e speck. Con il sugo pronto, chiaramente. Distrutti, ci chiediamo perché non tornare esattamente dove eravamo poco prima, per vedere come procede la serata e come si muovono le cose al Lido a tarda ora.
È chiaro che, dell’elenco iniziale, questa sera faccio parte del gruppo dei rimbalzati dai locali più esclusivi. Almeno per stasera. Forse ci rifaremo.
Nessuno, però, ci vieta di sfruttare quei chioschetti ancora un po’ animati da altri che, come noi, non sono riusciti a entrare.
Adesso scrivo queste righe, un po’ insoddisfatto dell’unico film che sono riuscito a vedere oggi, ma speranzoso per il programma di domani. Meno rush line. Più certezze. O almeno questa è la speranza.
Ora mi concentrerò e cercherò di farmi trasportare dal russare amplificato che proviene dalle tende.
Domani ci sono altri film. Altre file. Altri tentativi.
Cinema
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