From Genesis to Revelation: l’inizio di una leggenda
(di Francesco Gazzara)
L’atteso cofanetto dedicato al primo album dei Genesis, From Genesis to Revelation, esce venerdì 9 ottobre 2026. L’album del 1969 è celebrato con una nuova serie di riedizioni approvate dai membri originali Tony Banks, Peter Gabriel, Anthony Phillips e Mike Rutherford. Il progetto comprende un lussuoso cofanetto 4 CD + Blu-ray, un’edizione in doppio vinile e una versione in 2 CD, tutte caratterizzate da un nuovo mix stereo realizzato da Stephen W. Tayler. Il nuovo mix valorizza maggiormente le esecuzioni della band, riducendo il peso degli elementi orchestrali presenti nella versione originale e conferendo all’album maggiore chiarezza e immediatezza, senza alterarne lo spirito. Il doppio vinile include inoltre un EP bonus da 12″ con nuovi mix di A Winter’s Tale, One Eyed Hound, Image Blown Out e Visions Of Angels, quest’ultimo inedito.

Per accompagnare questa nuova uscita offriamo qui su BACKdigit una rilettura approfondita del primo album dei Genesis, inclusi i retroscena e le modifiche subite da un disco davvero unico nella loro carriera.


Un’identità fuori dalla Charterhouse School
Quando i Genesis pubblicarono From Genesis To Revelation il 7 marzo 1969, il risultato commerciale fu molto lontano dalle ambizioni che avevano accompagnato la nascita del progetto. La prima edizione britannica vendette appena 649 copie e anche il singolo Where The Sour Turns To Sweet, pubblicato alcuni mesi più tardi per sostenere l’album, non riuscì a cambiare il destino di quel primo lavoro. Per trovare il disco nelle classifiche sarebbe stato necessario attendere diversi anni: nel 1974, sulla scia dell’espansione americana della band, l’edizione statunitense sarebbe arrivata fino al numero 170.
Eppure, dietro quello che oggi appare come un esordio acerbo e problematico, si trova uno dei capitoli più interessanti della storia iniziale dei Genesis. L’album racconta infatti il momento in cui cinque giovani musicisti provenienti dalla Charterhouse School cercavano ancora una propria identità, oscillando tra pop, folk, soul e le prime intuizioni di quella complessità che sarebbe diventata il loro marchio di fabbrica.

Dal concept al caso: una scelta pragmatica
A spingere il gruppo verso la realizzazione di un intero album fu Jonathan King, produttore che aveva già seguito da vicino i Genesis e che nel 1968 aveva curato la pubblicazione dei loro primi due singoli per la Decca: The Silent Sun, uscito a febbraio, e A Winter’s Tale, arrivato a maggio. Nessuno dei due brani aveva ottenuto un vero successo, ma King non abbandonò l’idea che nella giovane formazione ci fosse qualcosa da sviluppare. La sua proposta fu quella di trasformare il materiale disponibile in un album legato a un’idea unitaria, ispirata alla Bibbia: dall’inizio della Genesi, il libro della creazione, fino al Libro della Rivelazione, l’Apocalisse di San Giovanni.
Per i musicisti, tuttavia, non si trattava ancora di un concept album così come verrà inteso da loro stessi negli anni successivi. Peter Gabriel ricorderà l’idea come “un progetto enorme e quasi impraticabile, concepito addirittura come una sorta di storia dell’universo”. La soluzione trovata dai Genesis fu pragmatica. Il tema biblico divenne soprattutto una cornice entro cui raccogliere canzoni già esistenti e nuove composizioni. Alcuni testi vennero modificati per adattarli al filo conduttore, mentre brevi passaggi strumentali furono utilizzati come elementi di collegamento. Tony Banks spiegherà in seguito: “Per un gruppo di ragazzi inglesi molto introversi, provenienti da una scuola privata, parlare direttamente della vita quotidiana non era affatto semplice”. Raccontare una storia grande e lontana come quella della Bibbia rappresentava, paradossalmente, una soluzione più facile.


Due coppie di giovani autori al lavoro
In questa fase emerse una caratteristica destinata a diventare importante nei Genesis degli anni successivi: la diversa distribuzione dei ruoli compositivi. Nel 1968 la coppia più attiva era quella formata da Peter Gabriel e Tony Banks. Anthony Phillips contribuiva in maniera più autonoma, mentre Mike Rutherford appariva leggermente meno coinvolto nella scrittura collettiva rispetto ai due compagni. I crediti, però, erano sempre attribuiti all’intero gruppo. Dietro questa formula si nascondeva una realtà ben più articolata: da una parte Gabriel e Banks, dall’altra Phillips e Rutherford, ancora alla ricerca di una precisa identità come autori. Proprio Anthony Phillips riconoscerà in seguito che Tony e Peter erano già particolarmente presenti nel primo album, mentre lui e Rutherford faticavano maggiormente a trovare spazio. Si tratta di una situazione ancora lontana dalla sicurezza compositiva che i Genesis raggiungeranno pochi anni dopo, ma proprio in questa fase iniziale è possibile individuare alcuni segnali di ciò che la band sarebbe diventata.
Le prove tra l’Hampshire e Oxford
Prima di entrare in studio, il gruppo si preparò in un ambiente quasi completamente lontano dal circuito professionale. Le prove di From Genesis To Revelation si svolsero durante soggiorni della band in alcune case di campagna del Sud dell’Inghilterra e delle Midlands. Tra queste c’erano la casa dei genitori del batterista John Silver, a Oxford, e quella di David Thomas nell’Hampshire. Thomas era già stato coinquilino di Tony Banks alla Charterhouse e possedeva alcune chitarre a dodici corde che tornarono subito utili ai Genesis dell’epoca. Secondo il racconto tramandato negli anni, quegli strumenti non sarebbero più tornati al legittimo proprietario.
Nel frattempo la formazione passava attraverso un cambiamento importante. All’inizio dell’estate del 1968 John Silver prendeva il posto di Chris Stewart alla batteria. Anche lui, come gli altri musicisti, proveniva dalla Charterhouse School. L’arrivo di Silver contribuì a dare un nuovo impulso al gruppo. Il progetto dell’album, abbastanza intimidatorio all’epoca, diventò così anche uno stimolo per aumentare il ritmo del lavoro.

Tre giorni di incisioni live in studio
Nell’agosto del 1968, durante le vacanze scolastiche estive, i Genesis tornarono ai Regent Sounds Studios di Denmark Street, a Londra. Si trattava dello stesso Studio B nel quale avevano già lavorato tra l’agosto e il dicembre dell’anno precedente. Lo studio aveva già una storia importante: lì erano nati lavori dei Rolling Stones e, nel 1967, erano passati anche Paul McCartney e George Martin per registrare Fixing A Hole dei Beatles, quando Abbey Road non era disponibile. Nel frattempo i Regent Sounds avevano cambiato proprietario. Eddie Kassner rilevò la struttura mantenendone l’indipendenza e portando nella propria etichetta, la President Records, artisti di grande rilievo come i Kinks.
Jonathan King prenotò dunque lo studio per dieci giorni, ma ai Genesis ne bastarono soltanto tre per completare le registrazioni principali. Il lavoro fu tutt’altro che semplice. La tecnologia disponibile era ancora basata su registratori a quattro tracce e lasciava pochissimo spazio alle sovraincisioni. Il gruppo fu quindi costretto a eseguire gran parte delle incisioni praticamente dal vivo. La ripetizione continua degli stessi brani finì per affaticare soprattutto la voce di Gabriel.
Tony Banks e l’organo
Tra gli elementi che in questa fase entravano nel vocabolario sonoro dei Genesis c’era l’organo. Tony Banks utilizzò per la prima volta lo strumento proprio ai Regent Sounds. Non era ancora il famoso Hammond L122 che acquisterà successivamente, ma un Farfisa appartenente allo studio. L’esperienza fu comunque per lui una novità assoluta e, come ricorderà molti anni dopo, assunse quasi i contorni di “un gioco da scolaretto”.
Accanto all’organo, il pianoforte rimaneva tuttavia uno degli elementi più importanti del contributo musicale del giovane Banks. Anche per questo, ascoltato oggi, l’album mostra già una presenza tastieristica più definita rispetto alle altre componenti sonore della formazione. Le chitarre di Anthony Phillips e Mike Rutherford si muovono infatti soprattutto attraverso accompagnamenti ritmici e sonorità acustiche, anche se non mancano aperture verso un approccio più elettrico e rock.

Un’orchestra mai realmente richiesta o gradita
La vicenda più controversa dell’album arrivò però subito dopo quelle sessioni estive. Tra il 17 e il 19 novembre 1968 Jonathan King decise di aggiungere agli strumenti dei cinque musicisti una vera orchestra di archi e fiati. La band non venne coinvolta nella decisione. L’arrangiamento venne affidato ad Arthur Greenslade, compositore, direttore e arrangiatore molto attivo nella scena musicale britannica tra gli anni Sessanta e Settanta, scomparso nel 2003. Greenslade aveva lavorato con numerosi artisti e gruppi, partecipando anche alla realizzazione di arrangiamenti per John Barry (007 Goldfinger) e per i Kinks. A dirigere l’orchestra nei tre giorni di lavoro fu Lou Warburton. Le parti orchestrali vennero registrate su un’unica traccia stereo, poi inserita nel successivo mixaggio delle registrazioni dei Genesis.
La scelta venne motivata anche dal successo ottenuto in quel periodo dai Moody Blues, proprio grazie all’impiego dell’orchestra. Per i Genesis, però, la decisione non fu affatto entusiasmante. Anthony Phillips è il componente che manifestò più apertamente il proprio dissenso, arrivando ad abbandonare lo studio nell’ultima giornata di mixaggio. Secondo il chitarrista, gli arrangiamenti orchestrali “rischiavano di coprire una parte importante del potenziale delle composizioni”. King, al contrario, considerava gli intermezzi degli archi uno degli elementi distintivi del disco: a suo giudizio “contribuivano a dare originalità all’album e a mascherare alcune ingenuità della formazione ancora giovane”.

Un disco finito sugli scaffali sbagliati
Quando infine l’album arrivò nei negozi, i problemi non erano terminati. Il 7 marzo 1969 From Genesis to Revelation venne pubblicato in Gran Bretagna dalla Decca con una copertina completamente nera, lucida, sulla quale compariva soltanto il titolo in caratteri gotici dorati. Anche questa era un’idea di Jonathan King, che voleva contrapporre visivamente il disco alla celebre copertina bianca del cosiddetto White Album dei Beatles. Peter Gabriel avrebbe invece preferito una copertina priva di qualsiasi scritta. Ancora una volta, quindi, le decisioni del produttore prevalsero su quelle della band.

Il problema più grave arrivò però con il materiale promozionale. La Decca presentò il disco attraverso una comunicazione centrata sul significato spirituale e religioso del progetto. Il risultato fu inevitabile: il disco finì negli scaffali dedicati alla musica religiosa. Per un gruppo che aveva già considerato forzata l’idea di costruire un album attorno a un concept biblico, la situazione divenne paradossale. Le vendite confermarono presto il disastro commerciale.
Un flop che non cancella le intuizioni
L’album di debutto dei Genesis non è certamente un lavoro maturo. Gli stessi musicisti protagonisti hanno riconosciuto negli anni tutti i suoi limiti. Tony Banks ha giudicato alcune registrazioni e alcuni arrangiamenti particolarmente deboli, ricordando per esempio che The Serpent, pur funzionando bene dal vivo, “risultò poco convincente nella versione incisa”. Al contrario, Silent Sun e soprattutto In The Wilderness vengono ancora considerati tra gli episodi meglio riusciti. Dal punto di vista vocale Gabriel mostra già una timbrica con evidenti influenze soul. La batteria di Silver appare invece piuttosto semplice e tra l’altro rimane collocata molto indietro nel mix.
Le composizioni di From Genesis to Revelation riflettono la direzione intrapresa dal gruppo in quel momento, con una componente folk sempre evidente. Le strutture sono ancora elementari e il tono generale tende spesso verso una dimensione morbida, anche se alcuni ritornelli mostrano già una notevole efficacia melodica. Più interessanti, in prospettiva futura, sono le brevi sezioni strumentali presenti in brani come In Limbo e In The Beginning. In quei passaggi si intravedono alcune delle possibilità che il gruppo svilupperà successivamente. Anthony Phillips, a distanza di anni, riassumerà l’esperienza con una semplice considerazione: “Le registrazioni furono affrontate con ingenuità, ma furono anche divertenti”.

Un album duro a morire
Il fallimento iniziale non impedì comunque al disco di debutto dei Genesis di vantare una vita discografica più lunga del previsto. I diritti del master rimasero infatti a lungo legati a Jonathan King, salvo il periodo di licenza concesso alla Decca. Questa situazione permise al produttore di continuare a controllare le successive ristampe. Nel 1974 il disco tornò infatti sul mercato con il titolo In The Beginning, mentre nel 1987 venne riproposto come And The Word Was…. Fino a tempi molto recenti i Genesis non riuscirono mai a riacquistarne i diritti, anche a causa delle cifre richieste da King, considerate eccessive dalla band.
Quando nel 2008 venne realizzato il box set Genesis 1970-1975, l’album d’esordio rimase infatti fuori dalla raccolta. Alcune sue tracce, tuttavia, erano già state recuperate nel 1998 per Genesis Archive 1967-75, in versioni prive degli arrangiamenti orchestrali. In altre parole un’anteprima di ciò che finalmente abbiamo oggi con il nuovo cofanetto di From Genesis To Revelation. Nel caso Genesis Archive 1967-75 entrò in gioco anche materiale proveniente dai primissimi anni del gruppo, recuperato da Anthony Phillips e rimasto per lungo tempo inedito.

Ristampe e ritrovamenti del materiale originale
Nel frattempo le due ristampe più importanti curate da King arrivavano nel 1990, con DCC Compact Classics, e nel 2005, con Edsel Records. Entrambe le edizioni vennero ampliate fino a diventare doppi CD, includendo demo, versioni alternative e interviste.
Ma la vera svolta arrivò diversi anni dopo. Nel 2017, da un vecchio magazzino londinese riemersero centinaia di nastri multitraccia provenienti dai Regent Sounds Studios. Erano considerati perduti, al punto che si pensava fossero stati distrutti in un incendio. Tra quelle bobine c’erano anche le singole tracce dell’album di debutto dei Genesis. Il ritrovamento cambiò completamente le prospettive per il materiale originale: per la prima volta fu possibile intervenire sulle singole componenti delle registrazioni, separando gli strumenti, le voci e l’orchestra e realizzando nuovi mix. Da qui nacque il progetto Genesis: 50 Years Ago, pubblicato per celebrare il cinquantesimo anniversario del disco attraverso remix, remaster e versioni alternative, comprese quelle con le sole voci o con la sola componente orchestrale.
La genesi dei Genesis
From Genesis to Revelation rimane così un documento singolare. È un album che racconta una band ancora lontana dalla formazione capace di realizzare Trespass, Nursery Cryme, Foxtrot e i lavori che ne seguiranno. Le composizioni non hanno ancora la complessità futura, l’esecuzione mostra inevitabili incertezze e la produzione di Jonathan King non sempre restituisce ciò che il gruppo era realmente capace di fare.


Eppure, proprio per questo, il disco conserva un interesse particolare. Dentro quelle registrazioni si trovano i primi tentativi di Banks e Gabriel di costruire una scrittura più ambiziosa, l’evoluzione di Phillips e Rutherford come autori, le prime esperienze di Banks con l’organo e alcune intuizioni melodiche e strumentali che anticipano sviluppi successivi. Il paradosso è che il disco concepito come una sorta di racconto dalla Genesi alla Rivelazione finisce per rappresentare soprattutto la genesi dei Genesis stessi. Il suo fallimento commerciale, l’orchestrazione imposta, le copertine, i problemi con la Decca e la lunga controversia sui master hanno contribuito a renderlo un oggetto quasi marginale nella discografia ufficiale della band. Ma il ritrovamento dei nastri originali, quasi mezzo secolo dopo, ha permesso di guardare a quelle prime registrazioni da una prospettiva diversa. Non più soltanto come l’album acerbo di un gruppo alle prime armi, ma come la fotografia di un momento irripetibile: quello in cui i Genesis stavano ancora cercando di capire quale musica avrebbero veramente voluto creare.
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