Jaco Pastorius: oltre il confine delle quattro corde
Il 21 settembre 1987 moriva Jaco Pastorius. Aveva 35 anni. Quasi quattro decenni dopo, il suo nome continua a vivere ogni volta che un bassista decide che quattro corde non devono necessariamente stare nell’ombra
Quando entrò sulla scena del jazz-fusion negli anni Settanta, il basso elettrico aveva già una storia enorme alle spalle. Jaco, però, sembrava intenzionato a trattarlo come se quella storia non fosse ancora stata scritta. Il suo strumento non era soltanto il ponte fra batteria e armonia, né semplicemente il fondamento sul quale costruire il resto: poteva cantare, improvvisare, correre, graffiare, raccontare.
La sua tecnica era prodigiosa, ma fermarsi alla tecnica significherebbe perdere il punto.
Jaco aveva capito qualcosa di più profondo: il basso poteva essere una voce.

Il suono di un’idea
Nato il 1° dicembre 1951 a Norristown, in Pennsylvania, John Francis Anthony Pastorius III crebbe in Florida e arrivò al basso quasi per una deviazione del destino. Da ragazzo era soprattutto un batterista; un infortunio al polso rese però sempre più difficile la pratica dello strumento. Nel 1966, entrando in una band, si ritrovò a occupare il posto lasciato vacante dal bassista. Poco dopo acquistò un Fender Jazz Bass.

Da quel momento iniziò una trasformazione destinata a cambiare la storia dello strumento.
La scelta del basso fretless fu decisiva. Jaco ne ricavò un linguaggio riconoscibile in poche note: attacchi netti, armonici, glissati, fraseggi velocissimi e soprattutto una concezione melodica che sembrava appartenere più a un solista che a un accompagnatore.
Il suo ingresso nei Weather Report nel 1976 portò quella filosofia al centro della scena fusion. Rimase nella band fino al 1981, contribuendo a trasformarla in uno dei laboratori musicali più importanti della sua epoca. Parallelamente lavorò con artisti come Joni Mitchell e pubblicò il suo celebre album solista Jaco Pastorius.
Il risultato non fu soltanto una nuova maniera di suonare il basso.
Fu una nuova maniera di pensarlo.
Un’eredità che ha superato i generi
A prima vista, mettere Jaco Pastorius e metal nella stessa frase potrebbe sembrare una forzatura.
Non lo è, purché si faccia una distinzione.
Jaco non ha costruito il metal e non appartiene alla sua storia in senso stretto. La sua influenza è più sotterranea: passa attraverso musicisti che hanno scoperto che il basso poteva avere personalità, aggressività, dinamica e soprattutto identità propria.
Uno dei collegamenti più evidenti è Robert Trujillo.
Prima di diventare il bassista dei Metallica, Trujillo aveva già costruito una carriera nel territorio funk-metal con Suicidal Tendencies e Infectious Grooves. Ha raccontato di aver visto Jaco esibirsi più volte da adolescente e di essere rimasto profondamente colpito dalla sua capacità di portare il basso in primo piano.
Non è un dettaglio secondario.
Trujillo è arrivato al punto di acquistare il celebre “Bass of Doom”, lo strumento fretless appartenuto a Jaco. Nel 2011 lo ha persino utilizzato sul palco con i Metallica durante For Whom the Bell Tolls.
È una delle immagini che spiegano meglio la sopravvivenza di Jaco nel mondo heavy: non una citazione nostalgica, ma un musicista metal che prende nelle proprie mani lo strumento di un uomo appartenuto a un altro universo musicale e lo porta davanti a una folla enorme.
E forse è proprio questo il punto.
L’influenza di Jaco non ha bisogno di assomigliare alla sua musica.
Ha bisogno di assomigliare alla sua libertà.
Anche Geddy Lee dei Rush, musicista centrale nella storia del rock e dell’hard rock progressivo, ha indicato Pastorius tra i bassisti che più lo hanno colpito, ricordando in particolare la sua capacità di trasformare il basso in una voce melodica e spettacolare.
Dal jazz al rock, dal funk al progressive fino al metal, la lezione rimane la stessa: il basso non deve chiedere il permesso per farsi sentire.
Gli ultimi anni
La parte finale della vita di Jaco è molto più difficile da raccontare.
Ed è anche quella che merita maggiore rispetto.
Negli anni Ottanta la sua vita personale e professionale entrò in una spirale sempre più complessa. Problemi di salute mentale, abuso di alcol e una progressiva instabilità contribuirono al crollo della sua carriera e delle sue condizioni di vita. Nel 1986 trascorse otto settimane ricoverato al Bellevue Hospital di New York
Non serve trasformare questa fase in una leggenda maledetta.
La leggenda, in questo caso, rischierebbe di cancellare l’uomo.
Jaco non fu semplicemente il cliché del “genio autodistruttivo”. Fu un musicista straordinario che attraversò anni difficili e che, negli ultimi tempi, si trovò sempre più lontano dalla stabilità che aveva conosciuto durante il proprio periodo di massima creatività.
21 settembre 1987
Nelle prime ore del 12 settembre 1987 Jaco si trovava al Midnight Bottle Club di Fort Lauderdale. Dopo essere stato allontanato dal locale per il suo comportamento, tentò di rientrare e venne colpito dal responsabile del club.
Le conseguenze furono gravissime: Jaco riportò una frattura cranica e una massiccia emorragia interna. Il 19 settembre subì un’emorragia cerebrale e fu mantenuto in vita tramite respiratore.
Il 21 settembre la famiglia decise di interrompere il supporto vitale.
Jaco morì poco dopo. Aveva 35 anni.
L’uomo responsabile dell’aggressione si dichiarò colpevole di omicidio colposo e trascorse quattro mesi in carcere, secondo la biografia ufficiale dedicata a Pastorius
È difficile trovare una conclusione davvero adeguata per una storia del genere.
Forse perché non dovrebbe esserci.
La morte di Jaco non completa il racconto di Jaco, lo interrompe.
Quello che è rimasto
La cosa più sorprendente è che, a quasi quarant’anni dalla sua morte, Jaco Pastorius non ha smesso di essere contemporaneo.
Il suo modo di suonare continua a sembrare fisico, urgente, quasi pericoloso. Non appartiene completamente agli anni Settanta. Non è rimasto chiuso nel jazz-fusion. È diventato patrimonio comune di chiunque pensi al basso non come a uno strumento subordinato, ma come a una voce capace di guidare una composizione.
La sua influenza è stata riconosciuta anche da musicisti provenienti da mondi lontanissimi dal jazz. Robert Trujillo ha prodotto il documentario Jaco, nel quale compaiono, tra gli altri, Geddy Lee, Flea, Sting, Wayne Shorter, Herbie Hancock e Carlos Santana. Il film racconta proprio questa capacità di Pastorius di attraversare generazioni e generi musicali.
Ed è forse qui che Jaco incontra davvero il metal.
Non nella distorsione. Non nella velocità o in un riff dalla precisione chirurgica.
Ma nell’idea che uno strumento possa diventare una dichiarazione d’identità.
Il metal ha sempre avuto bisogno di musicisti che non accettassero il ruolo assegnato loro. Jaco apparteneva a un’altra scena, a un altro linguaggio, a un’altra epoca, ma quella ribellione musicale gli apparteneva completamente.
Prendere un Fender Jazz Bass,e trasformarlo in qualcosa che sembrava non avere precedenti significava, in fondo, fare la stessa cosa che hanno fatto tanti grandi musicisti estremi: partire da uno strumento conosciuto e rifiutarsi di suonarlo nel modo previsto.
L’ultima nota
Oggi, 21 settembre, ricordare Jaco Pastorius non significa soltanto ricordare come è morto. Significa ricordare quanto fosse vivo quando suonava.
Significa tornare a Weather Report, a Heavy Weather, a Jaco Pastorius, a Word of Mouth e ascoltare quelle linee di basso senza lasciarsi distrarre dal mito.
Perché dietro il “genio”, dietro il “Bass of Doom”, dietro il musicista che sembrava capace di fare parlare quattro corde, c’era una persona.
E dietro quella persona c’era un’idea musicale rimasta intatta.
Jaco ci ha lasciato troppo presto. Ma non ci ha lasciato poco.
Ha lasciato un linguaggio. E ogni volta che un bassista decide di uscire dall’ombra, di trasformare il ritmo in melodia, di fare del proprio strumento una voce invece che un semplice sostegno, da qualche parte quelle quattro corde stanno ancora rispondendo.
Jaco Pastorius è morto il 21 settembre 1987. La sua musica, evidentemente, no.
Monia Degl’Innocenti













