Ti auguro ogni bene: il coraggio fragile di essere se stessi – Al cinema
Questa storia non ha bisogno di alzare la voce perché parla direttamente a una parte intima, spesso nascosta, di chi guarda. Ti auguro ogni bene, esordio alla regia di Tommy Dorfman, sembra appartenere esattamente a questa categoria.

E’ una dimensione sospesa, fatta di silenzi, sguardi e piccoli gesti. Non c’è spettacolarizzazione del dolore, ma una narrazione che sceglie la misura. Il protagonista Ben, interpretato da Corey Fogelmanis, è un adolescente che attraversa uno dei momenti più complessi della vita: dire la verità su sé stessi, senza sapere cosa accadrà dopo.
E quando quella verità non viene accolta, il mondo può crollare in un attimo.
Ti auguro ogni bene: Una storia che inizia dopo il “coming out”
A differenza di molti racconti simili, Ti auguro ogni bene non si concentra sul momento della rivelazione, ma su ciò che viene dopo. La porta chiusa dei genitori non è solo un gesto fisico: è una frattura emotiva, un punto di non ritorno.
Ben si ritrova così a ricominciare da zero, accolto dalla sorella Hannah (Alexandra Daddario) e dal suo compagno (Cole Sprouse). Ma anche questo rifugio è fragile, carico di tensioni e non detti. Il film, non offre scorciatoie emotive: le relazioni sono complesse, imperfette, umane. E proprio per questo credibili.
La nuova scuola diventa uno spazio simbolico: è il luogo dove si viene osservati, giudicati, ma anche — forse — riconosciuti. Tra i corridoi e le aule, Ben incontra figure che fanno da contrappunto alla solitudine iniziale. C’è un’insegnante fuori dagli schemi, interpretata da Lena Dunham, che sembra capace di vedere oltre le parole non dette. E c’è Nathan, un coetaneo che rappresenta qualcosa di raro: uno sguardo che non giudica, ma accoglie.
Il film evidenzia una costruzione lenta dei legami, fatta di esitazioni, piccoli passi, momenti di vulnerabilità. È qui che la pellicola sembra trovare la sua forza: nella normalità delle emozioni.
Un racconto che parla a molti, non solo a qualcuno
Pur raccontando l’esperienza di una persona non binaria, Ti auguro ogni bene non si chiude in una dimensione identitaria ristretta. Il suo centro emotivo è universale: il bisogno di essere visti, accettati, amati.
La paura di non essere abbastanza.
Il desiderio di appartenere.
La difficoltà di ricominciare quando tutto sembra perduto.
Sono esperienze che attraversano l’adolescenza in molte forme diverse. Nel panorama recente, il film si inserisce accanto a opere che hanno provato a raccontare il disagio e la ricerca identitaria delle nuove generazioni. Tra queste, Il ragazzo dai pantaloni rosa ha affrontato con forza il tema dell’emarginazione e del giudizio sociale. Se quel racconto si muoveva su toni più duri e drammatici, Ti auguro ogni bene sembra scegliere una strada diversa: più intima, più silenziosa, ma non meno incisiva. Entrambi, però, condividono un punto fondamentale — dare voce a chi spesso non riesce a trovarla.
Un film necessario, oggi
Il contesto in cui il film arriva nelle sale, distribuito da Notorious Pictures, non è neutro. Le parole della regista sottolineano una realtà complessa, in cui le persone trans e non binarie si trovano sempre più al centro di tensioni sociali e politiche. Ma il film, almeno da ciò che si percepisce, non vuole essere un manifesto. Vuole essere una storia. E forse è proprio questo il suo valore più grande: raccontare senza imporre, mostrare senza spiegare troppo, lasciare spazio all’empatia.
Ti auguro ogni bene parla di cadute, ma soprattutto di ripartenze. Non di grandi rivoluzioni, ma di piccoli cambiamenti: accettare un aiuto, fidarsi di qualcuno, concedersi la possibilità di esistere per quello che si è. Per molti adolescenti, questo non è cinema. È realtà. E vedere quella realtà raccontata con rispetto può fare una differenza enorme.


















