Joji Hirota, il battito del Giappone oltre la tradizione

(di Francesco Gazzara)

Un percussionista in fuga dalle definizioni

Ci sono musicisti che attraversano le culture e altri che riescono a farle incontrare davvero. Joji Hirota, percussionista, compositore, cantante e flautista giapponese scomparso il 6 settembre 2026 all’età di 78 anni, apparteneva alla seconda categoria. La sua musica poteva esplodere nella fisicità dei grandi tamburi taiko, farsi rarefatta e meditativa attraverso lo shakuhachi, oppure insinuarsi nelle immagini di un documentario naturalistico con la discrezione di un suono proveniente dalla natura stessa. Non è facile racchiudere un artista simile in una definizione. Non a caso, la presentazione di Hirota sul sito di Real World Records esordisce sottolineando proprio la sua capacità di sfuggire a ogni classificazione: “Il suo flauto sembra cantare, il suo canto sembra uno strumento e i suoi tamburi non assomigliano a nessun’altra cosa nel mondo”.

Nato nel 1948 a Hokkaido, nel nord del Giappone, Hirota cominciò a studiare il flauto a cinque anni, le percussioni a undici e a tredici aveva già iniziato a comporre. La formazione classica alla Kyoto Municipal Arts University avrebbe potuto indirizzarlo verso una carriera tradizionale, ma nel 1972 arrivò l’invito del musicista Stomu Yamashta a trasferirsi in Inghilterra per lavorare al Red Buddha Theatre. Fu una svolta decisiva: come ricordava lo stesso Hirota, senza quell’occasione avrebbe forse continuato a suonare Beethoven con la Nagoya Philharmonic Orchestra. L’Inghilterra divenne la sua casa artistica. Nel 1977 entrò nella compagnia di danza di Lindsay Kemp, assumendo il ruolo di direttore musicale e percussionista solista. Per lo spettacolo Onnagata compose musiche che contribuirono al successo della compagnia, premiata da Time Out nel 1991. Teatro e danza gli offrirono un laboratorio ideale, nel quale il ritmo non era soltanto una scansione temporale, ma un elemento capace di dialogare con il corpo, il gesto e la narrazione.

La tradizione come punto di partenza

Il taiko, con il suo suono profondo e la spettacolare energia dell’esecuzione, sarebbe diventato il tratto più immediatamente riconoscibile della sua attività. Nei primi anni Ottanta Hirota fondò il proprio ensemble di percussionisti, portando la tradizione giapponese sui palcoscenici internazionali e partecipando a numerose edizioni del festival WOMAD. Nel 2007 il gruppo fu scelto per aprire il concerto Live Earth allo stadio di Wembley.

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Ma ridurre Hirota al ruolo di ambasciatore del tamburo giapponese sarebbe limitante. La sua ricerca non mirava a riprodurre un’identità nazionale immutabile, bensì a usare le proprie radici come materia viva. “Sono giapponese, ma come musicista attingo a tutte queste tradizioni per creare un mio stile”, dichiarò lui stesso al team della Real World Records. È una frase che chiarisce molto del suo percorso. Hirota non rinnegava la propria appartenenza culturale, ma rifiutava che questa diventasse un confine. Nelle sue mani, le percussioni tradizionali potevano convivere con archi, tastiere, flauti di altre provenienze e forme compositive contemporanee. La contaminazione, per lui, non era un esercizio di stile: era un modo di ascoltare il mondo.

The Gate: attraversare una soglia

L’incontro con la Real World Records, l’etichetta fondata da Peter Gabriel, fu determinante. Nel 1992, durante una sessione di registrazione negli studi dell’etichetta, Hirota conobbe il flautista cinese Guo Yue e Pól Brennan, già membro dei Clannad. Nacque così Trísan, progetto nel quale suggestioni celtiche e orientali si incontravano attraverso flauti, percussioni e ampie tessiture strumentali. Il risultato fu accolto con interesse anche negli Stati Uniti, dove il primo album ottenne un riconoscimento da Tower Records a New York.

Nel 1999 arrivò The Gate, il suo album solista per Real World e una delle testimonianze più compiute della sua poetica. Shakuhachi, taiko, voce e strumenti ad arco costruiscono un paesaggio sonoro in cui la potenza ritmica lascia spesso spazio alla contemplazione. La musica sembra muoversi fra distese aperte, orizzonti lontani e momenti di intensa introspezione. Il titolo non è casuale. Interrogato sul significato della porta come simbolo ricorrente nel disco, Hirota spiegò: “A ogni fase della vita attraversi delle porte per scoprire nuovi mondi, nuova musica, un nuovo stato musicale. Mi trovo proprio davanti a una porta di questo tipo: quest’anno compio cinquant’anni, un momento di svolta per ogni uomo. Bisogna essere aperti al futuro e alle nuove influenze, senza chiudersi alle spalle il passato”. Difficile trovare una dichiarazione più limpida per descrivere il suo modo di intendere la musica. La tradizione non viene abbandonata, ma neppure trasformata in un rifugio. Si attraversa una soglia, portando con sé ciò che si è imparato e accettando il rischio di diventare altro.

Con Anthony Phillips, sulle tracce della natura

Un’altra dimensione importante della sua attività emerge dalla lunga collaborazione con Anthony Phillips, primo chitarrista dei Genesis e prolifico compositore anche nel campo della musica per immagini. Negli anni Novanta i due lavorarono a numerose musiche per la serie naturalistica Survival di Anglia Television e per altri documentari dedicati al mondo animale. Le chitarre e le tastiere di Phillips si intrecciavano con le percussioni, i flauti, lo shakuhachi e la voce di Hirota, dando forma a composizioni capaci di accompagnare paesaggi lontanissimi, dalle foreste amazzoniche alle pianure africane. Nel 2007 parte di questo materiale venne raccolto nell’album Wildlife, ripubblicato in un’edizione ampliata nel 2023.

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Nel ricordare l’amico e collaboratore, Phillips ha sottolineato come le percussioni di Hirota, insieme ai suoi strumenti a fiato, fossero fondamentali per evocare l’atmosfera misteriosa e quasi magica della foresta amazzonica. Lo ha descritto come un uomo gentile e premuroso, dotato di un talento straordinario e di un umorismo sottile, concludendo che “il suo contributo era stato indispensabile al lavoro condiviso”. È una testimonianza che restituisce il senso di una collaborazione nella quale Hirota non era un semplice esecutore chiamato ad aggiungere un colore esotico alla partitura. I suoi strumenti partecipavano alla costruzione stessa dell’immagine sonora, suggerendo la presenza di un ambiente, il movimento di un animale, la vastità di un territorio. Un lavoro meno appariscente rispetto ai concerti con il taiko, ma altrettanto rivelatore della sua sensibilità.

Da Shakespeare a Scorsese

Il teatro continuò a essere un terreno privilegiato anche negli anni successivi. Hirota lavorò con la Royal Shakespeare Company come percussionista e co-compositore per una produzione del Macbeth, confermando la capacità di mettere il proprio linguaggio al servizio di universi narrativi differenti.

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Nel 2016 la sua musica raggiunse un pubblico ancora più vasto grazie a Martin Scorsese, che scelse Kin no Mai, brano tratto dall’album Japanese Drums, per il film Silence, ambientato nel Giappone del XVII secolo. La composizione combina una campana rituale buddhista, un gong a vento e diversi tipi di tamburo giapponese: una tavolozza timbrica particolarmente adatta al clima spirituale e drammatico del film. La scelta di Scorsese confermava quanto la musica di Hirota potesse essere evocativa senza bisogno di spiegazioni. Il suono non descrive semplicemente un luogo o un’epoca: sembra provenire direttamente dal loro immaginario, portando con sé la memoria di una cultura e la forza di un’esperienza rituale.

La musica come viaggio

Nel corso della sua carriera Hirota ha composto per il teatro, la televisione e il cinema, partecipando a progetti internazionali e contribuendo alla diffusione della musica giapponese ben oltre i confini del proprio Paese. Nel 2004 ricevette un riconoscimento dall’Ambasciata giapponese nel Regno Unito per la sua attività artistica all’estero; nel 2007 fu incluso da Newsweek in una selezione dei cento giapponesi rispettati nel mondo.

Eppure, al di là dei riconoscimenti, il suo lascito più prezioso resta una precisa idea di libertà musicale. Hirota ha dimostrato che si può partire da una tradizione senza restarne prigionieri, che uno strumento antico può parlare al presente e che l’incontro fra culture può produrre qualcosa di più profondo di una semplice somma di influenze. Dai tamburi monumentali di Japanese Drums alle atmosfere sospese di The Gate, dalle colonne sonore realizzate con Anthony Phillips alle immagini di Silence, il suo percorso è stato un continuo attraversamento di soglie. Non per lasciarsi alle spalle ciò che era venuto prima, ma per scoprire, ogni volta, quale nuova musica potesse nascere dall’incontro fra il passato e il futuro.

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